Operazione dei Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Salerno. Al centro dell’inchiesta un presunto sistema organizzato per il traffico illecito di rifiuti e la movimentazione di ingenti quantità di materiale ferroso. Sequestrati conti correnti, immobili, terreni, mezzi e impianti
di Riccardo Pucciarelli
Un presunto sistema organizzato per la gestione illecita di rifiuti, movimentazione di materiale ferroso, documentazione ritenuta falsificata e un giro d’affari che gli investigatori quantificano in 3,4 milioni di euro. È questo il quadro delineato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Salerno nell’ambito di una complessa attività investigativa condotta dai Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Salerno, con il supporto del Gruppo per la Tutela Ambientale e la Sicurezza Energetica di Napoli e dei Comandi Provinciali territorialmente competenti.
Questa mattina, nelle province di Salerno e Napoli, i militari hanno dato esecuzione a un’ordinanza di applicazione di misure cautelari nei confronti di nove persone. Il provvedimento, emesso dal GIP del Tribunale di Salerno su richiesta della Procura, prevede due custodie cautelari in carcere, un arresto domiciliare, quattro obblighi di dimora nel comune di residenza, un divieto di dimora e un’interdizione per un anno dall’esercizio degli uffici direttivi di persone giuridiche e imprese.
La vicenda investigativa affonda le proprie radici nel settembre del 2022 e, secondo quanto ricostruito dalla Procura, si è sviluppata per diversi mesi, arrivando a interessare anche territori al di fuori della Campania, oltre a Paesi europei ed extraeuropei.
Un primo elemento significativo dell’indagine sarebbe emerso a seguito di un controllo effettuato dai Carabinieri del reparto Speciale nei confronti di una società di Albanella, attiva nel settore del trattamento e del recupero dei rifiuti urbani e speciali.
Da quel controllo sarebbe partita un’attività investigativa più ampia, condotta attraverso intercettazioni telefoniche e telematiche, videoriprese e pedinamenti. Gli investigatori avrebbero così ricostruito quello che la Procura definisce un articolato sistema finalizzato allo smaltimento illecito dei rifiuti.
Un’inchiesta che, dunque, non si sarebbe limitata a contestare singoli episodi, ma avrebbe consentito di ricostruire una presunta filiera nella quale avrebbero avuto un ruolo differenti soggetti e società.
Uno dei filoni principali riguarda la società RICICLA CAMPANIA S.r.l., con sede legale a San Giuseppe Vesuviano e attività ad Albanella.
Secondo l’ipotesi investigativa, la società avrebbe gestito illecitamente rifiuti urbani ingombranti, imballaggi misti, rottami ferrosi, parti di pneumatici fuori uso e guarnizioni in plastica, destinati anche all’esportazione verso impianti in Thailandia.
La Procura contesta, in particolare, l’assenza della documentazione prescritta o la presunta falsificazione della stessa, in violazione della normativa nazionale e comunitaria in materia di esportazione dei rifiuti.
Ma è soprattutto il secondo filone dell’inchiesta a delineare un quadro ancora più ampio.
Gli investigatori hanno ricostruito, secondo l’accusa, un’attività di gestione illecita di rifiuti ferrosi nella quale la stessa RICICLA CAMPANIA avrebbe ceduto “in nero” materiale alla società CERMETAL S.r.l., riconducibile – secondo la Procura – a una nota famiglia di imprenditori locali, attraverso una serie di soggetti definiti nel provvedimento come “prestanome”.
Particolarmente rilevante è l’episodio relativo all’esportazione in Turchia di 5.154.760 chilogrammi di rottami ferrosi.
Secondo la ricostruzione investigativa, quel materiale sarebbe stato falsamente documentato come “End of Waste”, ovvero materiale che, dopo un processo di recupero, ha cessato di essere qualificato come rifiuto. La contestazione riguarda proprio la presunta falsificazione della documentazione necessaria per consentire l’esportazione in violazione della normativa vigente.
Numeri che danno la dimensione dell’operazione: oltre 5.100 tonnellate di materiale ferroso finite al centro di un’attività investigativa internazionale.
Gli approfondimenti successivi avrebbero permesso di estendere il quadro investigativo ad altre società operanti nel settore dei metalli e del recupero dei rifiuti: CERMETAL S.r.l., C.R. METALLI S.r.l., RAG.METAL S.r.l., AUTORICICLA S.r.l. e RAF ECOLOGY S.r.l.
Secondo la Procura, il meccanismo si sarebbe avvalso del cosiddetto “giro bolla”, definito nel comunicato come un sistema basato sull’emissione di documentazione falsa a nome di società diverse da quelle effettivamente coinvolte nelle operazioni.
È questo uno degli aspetti più delicati dell’indagine: la documentazione avrebbe avuto, secondo l’ipotesi accusatoria, un ruolo centrale nel rendere formalmente regolari movimentazioni che, nella ricostruzione degli investigatori, regolari non sarebbero state.
L’indagine non riguarda soltanto la gestione dei rifiuti. Tra le contestazioni figura anche il furto aggravato di ingenti quantità di materiale ferroso, prelevato prevalentemente – secondo la Procura – presso cantieri della Rete Ferroviaria Italiana.
È un elemento che amplia ulteriormente il perimetro della vicenda: da una parte la gestione e l’esportazione dei materiali qualificati come rifiuti, dall’altra la provenienza del materiale ferroso e le modalità attraverso le quali sarebbe entrato nel circuito commerciale.
Su questo versante, l’inchiesta ipotizza dunque una possibile interconnessione tra attività di approvvigionamento illecito del materiale e successiva gestione dello stesso attraverso la filiera del recupero e del commercio dei metalli.
Il presunto profitto delle attività contestate è stato quantificato dalla Procura in 3,4 milioni di euro. È stato quindi disposto un sequestro finalizzato alla confisca, diretta o per equivalente.
Nel corso dell’operazione sono state sottoposte a sequestro cinque società di trattamento e recupero rifiuti, oltre a beni mobili e immobili ritenuti riconducibili all’attività oggetto dell’indagine.
Nel dettaglio, il provvedimento ha interessato:
- 71 conti correnti, per un deposito complessivo di circa 1.044.295 euro;
- 15 autoveicoli, tra cui 7 autovetture e 8 motocicli, per un valore indicato di circa 95 mila euro;
- 3 appartamenti, del valore complessivo di circa 300 mila euro;
- 4 terreni agricoli, per circa 75 mila euro;
- 8 camion e gli impianti aziendali utilizzati, secondo l’accusa, per il trasporto e la gestione illecita dei rifiuti.
L’ordinanza riguarda Francesco Ragosta, Giovanni Caliendo, Giuseppe Cianci, Antonio Di Lorenzo, Rosaria Ragosta, Elisabetta Iervolino, Pasquale Ciccarelli, Giacomo Ferrara e Raffaele Monaco.
Le misure applicate sono differenti e vanno dalla custodia cautelare in carcere agli arresti domiciliari, dagli obblighi di dimora al divieto di dimora, fino all’interdizione dall’esercizio di funzioni direttive nelle persone giuridiche e nelle imprese.
Il dato che emerge dal comunicato della Procura è quello di un’indagine partita da un controllo ambientale e progressivamente sviluppatasi lungo una filiera complessa, nella quale rifiuti, rottami metallici, società di recupero, documentazione amministrativa ed esportazioni internazionali rappresenterebbero gli elementi di un unico sistema investigativo.
Il precedente 8 settembre, precisa la Procura, l’attività aveva già portato all’esecuzione di numerosi provvedimenti di sequestro. Le misure eseguite oggi rappresentano dunque un ulteriore passaggio di un’indagine avviata quattro anni fa e progressivamente estesa.
Resta ora da verificare, nelle successive fasi giudiziarie, la consistenza delle contestazioni e il ruolo effettivamente ricoperto da ciascuno degli indagati.
La stessa Procura ricorda infatti che il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari, che i provvedimenti cautelari sono impugnabili attraverso i mezzi previsti dalla legge e che le persone coinvolte devono essere considerate presunte innocenti fino a sentenza definitiva. L’eventuale responsabilità penale dovrà essere accertata nel contraddittorio tra le parti nelle successive fasi del procedimento.











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