di Riccardo Pucciarelli
La notte del PlayHall resterà scolpita nella memoria della pallamano italiana. Con la settima Coppa Italia della sua storia, la Jomi Salerno diventa la squadra più vincente di sempre nella competizione, superando ogni precedente primato e confermandosi punto di riferimento del movimento nazionale. La finale contro la Handball Erice, chiusa soltanto ai rigori dopo 70 minuti carichi di tensione, è stata l’emblema di una squadra che non smette mai di crederci.
Ma questo successo non nasce dal nulla. È il frutto di una storia costruita nel tempo, di investimenti mirati, di scelte tecniche lungimiranti e di un’identità chiara che, negli ultimi quindici anni, ha trasformato Salerno in una capitale della pallamano femminile.
La pallamano a Salerno è tradizione consolidata. Prima ancora dell’era Jomi, la città campana aveva già scritto pagine importanti grazie alla storica PDO Salerno, protagonista negli anni Ottanta e Novanta. Su quelle fondamenta si è innestato il progetto moderno della Jomi, sostenuto dall’omonimo marchio e da una dirigenza capace di strutturare una società ambiziosa e organizzata.
Nel nuovo millennio, Salerno ha progressivamente scalato le gerarchie nazionali, fino a diventare una presenza fissa nelle finali di campionato e di Coppa Italia. La crescita non è stata episodica, ma costante: settore giovanile curato, scouting internazionale, programmazione tecnica stabile.
Con sette Coppe Italia in bacheca, la Jomi stabilisce un record che certifica continuità e mentalità vincente. Non si tratta di exploit isolati, ma di un ciclo duraturo che ha visto le campane conquistare anche numerosi scudetti e Supercoppe, diventando la squadra da battere stagione dopo stagione.
In particolare, nell’ultimo decennio la formazione salernitana ha spesso centrato il “double”, imponendosi sia in campionato sia nella coppa nazionale. Un dominio costruito su equilibrio tra esperienza e gioventù, talento straniero e valorizzazione delle atlete italiane.
L’atto conclusivo contro Erice è stato lo specchio di questa identità. Dopo un primo tempo chiuso in perfetta parità (10-10), la squadra guidata da Francesco Chirut ha provato a spezzare l’equilibrio nella ripresa, toccando il +4 grazie alle giocate di Mangone e Gislimberti.
Erice ha reagito con orgoglio, trascinando la sfida ai supplementari e poi ai rigori. Lì è emersa la differenza tra una squadra forte e una squadra abituata a vincere: cinque tiri perfetti dai sette metri, nessuna esitazione, il sigillo finale di De Santis. Un’esecuzione quasi chirurgica, figlia di preparazione e solidità mentale.
Il successo della Jomi è anche una storia di volti e di personalità come Andriichuk, glaciale nei momenti chiave, simbolo della capacità di assumersi responsabilità nei frangenti decisivi, eppoi Mangone, determinante nelle accelerazioni offensive che hanno cambiato l’inerzia della finale, ed ancora Gislimberti, preziosa nel costruire il massimo vantaggio nel secondo tempo ed in fine De Santis, autrice del rigore che ha chiuso i conti.
Accanto a loro, un gruppo coeso che ha saputo reggere la pressione nei momenti più complessi. La forza della Jomi non è mai stata soltanto tecnica, ma soprattutto collettiva: rotazioni profonde, difesa aggressiva, portieri capaci di incidere nei momenti decisivi.
Dietro i successi c’è una struttura organizzativa solida. La dirigenza ha puntato su continuità tecnica e programmazione pluriennale, evitando rivoluzioni improvvise e privilegiando un progetto stabile. L’inserimento mirato di giocatrici straniere di qualità ha alzato il livello medio del campionato e ha dato alla squadra quell’esperienza internazionale utile anche nelle competizioni europee.
La partecipazione alle coppe continentali, pur tra difficoltà legate al diverso peso economico rispetto ai grandi club del Nord e dell’Est Europa, ha contribuito alla crescita del gruppo e alla maturazione mentale.
Il dominio della Jomi Salerno ha avuto un effetto trainante sull’intero panorama nazionale. La rivalità con realtà emergenti come Erice ha alzato l’intensità e la competitività del campionato, rendendo le finali eventi sempre più seguiti e partecipati.
Salerno è diventata un laboratorio sportivo: pubblico caldo, settore giovanile attivo, identità cittadina forte attorno alla squadra. La Coppa Italia numero sette non è soltanto un trofeo, ma un simbolo di appartenenza per un’intera comunità.
Raggiungere il record significa entrare nella storia, ma anche aprire una nuova fase. Confermarsi è sempre più difficile che vincere la prima volta. Le avversarie crescono, investono, studiano contromisure. La Jomi, dal canto suo, dovrà continuare a innovare senza tradire la propria identità.
La finale del PlayHall ha dimostrato che il gruppo possiede ancora fame e compattezza. La freddezza nei rigori è stata la fotografia di una squadra consapevole del proprio valore.
Sette Coppe Italia. Un primato assoluto. Una finale vinta con il cuore e con la testa.
La Jomi Salerno non ha soltanto alzato un trofeo: ha rafforzato la propria leggenda. E mentre al PlayHall partiva la festa, con abbracci e lacrime di gioia, era chiaro a tutti che questa non è la fine di un ciclo, ma l’ennesimo capitolo di una storia che continua a scriversi.












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