Giffoni 56, il cinema contro il silenzio: “Se domani non torno” porta la storia di Giulia Cecchettin ai ragazzi

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Gino Cecchettin: «La violenza non nasce all’improvviso, nasce molto prima»

Il cinema come strumento di memoria, consapevolezza e cambiamento. Nella seconda giornata della 56ª edizione del Giffoni Film Festival, accanto ai grandi appuntamenti dedicati al cinema, ha trovato spazio una riflessione profonda sull’attualità e sull’impegno sociale con la presentazione delle prime clip di “Se domani non torno”, il nuovo film di Paola Randi, prodotto da Notorious Pictures e ispirato al libro “Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia”, scritto da Marco Franzoso e Gino Cecchettin.

Un evento riservato ai giurati Generator, ma destinato a lasciare un segno ben oltre le pareti della sala. Sul palco, insieme alla regista, erano presenti Sabrina Martina, Tecla Bossi, Tommaso Allione e soprattutto Gino Cecchettin, padre di Giulia, la studentessa di 22 anni uccisa l’11 novembre 2023 dall’ex fidanzato. È stato proprio il suo intervento ad aprire l’incontro, in un silenzio assoluto rotto soltanto dalle sue parole.

«Il dolore che non si conosce è un dolore che rischia di ripetersi», ha detto Cecchettin, spiegando quanto sia stata difficile la scelta di trasformare la tragedia familiare in un’opera cinematografica. Una decisione maturata dopo aver compreso che raccontare quella storia avrebbe potuto aiutare altre ragazze e altri ragazzi a riconoscere in tempo i segnali di una relazione tossica.

Il suo non è stato un discorso sulla pietà, ma sulla responsabilità collettiva. Ha invitato i giovani a guardare oltre i gesti apparentemente innocui: la gelosia scambiata per amore, il controllo mascherato da attenzione, la richiesta delle password, il bisogno di sapere sempre dove si trovi l’altra persona. «La violenza non nasce all’improvviso, nasce molto prima», ha ricordato, sottolineando come proprio quei comportamenti, troppo spesso normalizzati, rappresentino i primi campanelli d’allarme.

Il messaggio si è rivolto anche ai ragazzi, chiamati a liberarsi da un modello di mascolinità fondato sul controllo e sull’invulnerabilità. «La vera forza è avere il coraggio di rispettare un no, di chiedere aiuto quando si soffre e di amare senza possedere», ha affermato, invitando le ragazze a non rinunciare mai alla propria identità per paura di perdere qualcuno.

Un lungo applauso ha accolto un appello che ha trasformato il ricordo di Giulia in un invito concreto all’azione. «Oggi vi chiedo una cosa, una cosa sola: non chiudete questa esperienza qui. Portatela a casa, portatela nel cuore, portatela in famiglia, tra gli amici, a scuola. E fatene un messaggio di vita». Poi il richiamo al coraggio di chiedere aiuto: «Se un giorno sarete voi ad avere paura, ricordatevi che chiedere aiuto non è una debolezza. Anzi, è uno dei gesti di coraggio più grandi che possiate fare».

Con emozione, Cecchettin ha ricordato chi era sua figlia: «Giulia aveva sogni, amici, aveva progetti. Era una ragazza molto più simile a voi di quanto possiate immaginare. Ed è per questo che la sua storia riguarda tutti noi». Infine, il senso più profondo del film: «Se anche uno solo di voi, una sola di voi, uscendo da questa sala, guarderà con occhi diversi una relazione, riconoscerà un segnale o troverà il coraggio di scegliere il rispetto invece del possesso, allora questo film avrà raggiunto il suo scopo. E Giulia, in qualche modo, continuerà a camminare insieme a voi».

La regista Paola Randi ha raccontato come il progetto sia nato dalle pagine del libro scritto da Gino Cecchettin. «Il libro parla di un’assenza. È proprio in quell’assenza che tutti possiamo riconoscerci», ha spiegato. «Racconta una famiglia che, davanti a un dolore immenso, trova la generosità di trasformarlo in impegno civile. Io non ho fatto altro che seguire quel percorso».

Per Randi il film non vuole ricostruire un fatto di cronaca, ma mostrare ciò che accade intorno a quella tragedia: le relazioni, la famiglia, il vuoto lasciato da una persona e la possibilità di trasformare quel vuoto in un messaggio di responsabilità collettiva.

Anche il cast ha raccontato la complessità di affrontare un progetto così delicato. Gli interpreti hanno parlato di un lavoro costruito con grande rispetto verso le persone realmente coinvolte. «È stato emozionante e anche difficile», hanno spiegato, sottolineando come l’obiettivo fosse avvicinarsi con autenticità a chi ha vissuto questa esperienza, rendendo concreto sullo schermo un dolore che appartiene a una famiglia ma che interroga l’intera società.

L’incontro ha riportato al centro una domanda fondamentale: quale ruolo può avere oggi il cinema nella prevenzione della violenza di genere?

La risposta emersa dal confronto è che il linguaggio cinematografico possiede una forza unica: riesce a trasformare concetti astratti in esperienze emotive. Un film può far riconoscere dinamiche che nella quotidianità vengono spesso minimizzate, offrendo soprattutto ai più giovani strumenti per distinguere una relazione sana da una fondata sul controllo e sul possesso.

In questo senso il cinema può contribuire a decostruire quel retaggio culturale del patriarcato che continua ad alimentare stereotipi, modelli di dominio e una concezione distorta dell’amore. Non attraverso lezioni morali, ma raccontando persone, emozioni e conseguenze, rendendo visibile ciò che troppo spesso rimane invisibile.

di Mariarosaria Di Vece

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