Giffoni, la diplomazia che non si chiama così
Cinquantasei anni di giovani, cinema e Paesi che si incontrano
Di Paolo De Leo
C’è una parola che in questi giorni di agosto è tornata spesso a Giffoni: soft power. Non l’ha scelta un politico, né un esperto di relazioni internazionali. È emersa da uno studio analitico che il festival ha voluto realizzare su se stesso, mettendo in fila mezzo secolo di storia, numeri, volti e viaggi.
Il risultato è un ritratto che forse nemmeno chi Giffoni lo ha fondato e cresciuto aveva mai visto per intero.
Un flusso a doppio senso
La storia più conosciuta è quella dei ragazzi che arrivano. Da tutto il mondo, ogni estate, migliaia di giovani sbarcano in un paese della provincia di Salerno per fare da giuria ai film in concorso. Vivono il territorio, entrano nelle case delle famiglie che li ospitano, stringono amicizie che spesso durano una vita.
Ma c’è anche il movimento contrario, meno raccontato.
Sono i giffoner — i ragazzi cresciuti dentro il festival — ad aver avuto, grazie alle attività internazionali della manifestazione, l’occasione di partire: festival all’estero, giurie itineranti, incontri e progetti in giro per il mondo. Per molti di loro è stato il primo contatto vero con una cultura diversa dalla propria.
Quando è Giffoni ad andare nel mondo
C’è poi un terzo capitolo, forse il più sorprendente: i momenti in cui è Giffoni stesso a esportarsi.
- 4 edizioni di Giffoni Hollywood
- 13 edizioni di Giffoni Macedonia
- Format, attività e collaborazioni in circa 30 Paesi: dall’Europa agli Stati Uniti, dall’Asia al Golfo, fino alle Americhe e all’Australia
In ciascuna di queste tappe, Giffoni non ha portato semplicemente un marchio da riconoscere. Ha portato un metodo, affinato in più di mezzo secolo: mettere i giovani al centro, ascoltarli davvero, affidare loro responsabilità reali e far incontrare culture diverse attraverso lo strumento più universale che esista, le storie.
Una definizione che arriva da fuori, ma suona giusta
Che uno studio analitico definisca tutto questo soft power non è un dettaglio da poco. È il riconoscimento di qualcosa che a Giffoni si è costruito quasi per accumulo, edizione dopo edizione, senza una strategia dichiarata fin dall’inizio ma con una coerenza diventata, nel tempo, metodo.
Oggi quel metodo è una rete internazionale di relazioni, competenze e reputazione — messa sempre di più al servizio di chi vuole costruire rapporti autentici con le nuove generazioni e con altri Paesi.
La domanda che cambia prospettiva
Per anni, dentro Giffoni, la domanda è stata una sola:
Come portare Giffoni nel mondo?
Oggi, con la consapevolezza in più restituita da questo studio, la domanda si è arricchita di una seconda metà, forse ancora più interessante:
Come può Giffoni mettere la propria esperienza e la propria rete internazionale al servizio dell’Italia nel mondo?
Non è un cambio di rotta, ma un cambio di sguardo. Una manifestazione che per mezzo secolo ha fatto incontrare ragazzi di Paesi diversi attraverso il cinema ha costruito, quasi senza accorgersene, un ponte già collaudato tra generazioni e culture.
È forse proprio in questa domanda ancora aperta che si nasconde una delle strade più interessanti per i prossimi anni di Giffoni.














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