
C’è un testimone che potrebbe aver visto la Lancia Y bianca di Luigi Esposito già intorno alle 22 della sera del 18 luglio. Sarebbe una guardia giurata che, passando in località Cioffi di Eboli, avrebbe notato l’auto senza darle particolare importanza. In quella zona di campagna, immersa nel buio e lontana dall’illuminazione pubblica, non è raro che, nelle ore serali, si appartino delle coppie. Solo il giorno dopo quel dettaglio ha assunto un significato completamente diverso.
Proprio lì, tra i campi della Piana del Sele, nelle prime ore di domenica 19 luglio si è consumato uno degli omicidi più discussi degli ultimi anni nel Salernitano. Un caso che ha suscitato profondo clamore per l’efferatezza con cui è stato commesso il delitto e per l’alone di mistero che ancora oggi avvolge la vita della vittima, Luigi Esposito, giornalista e opinionista sportivo di 53 anni.
Esposito è stato attirato in quel luogo da un appuntamento con quello che, secondo la Procura, è il suo assassino: Ridha Rahmouni, 26 anni, cittadino tunisino senza fissa dimora, con permesso di soggiorno scaduto e già destinatario, nel 2023, di un provvedimento di allontanamento dal territorio nazionale.
Sul movente restano ancora diversi interrogativi. Le analisi dei tabulati telefonici hanno dimostrato che i due si conoscevano da circa un anno e che, nell’ultimo mese, avevano avuto numerosi contatti. Per quale motivo Esposito abbia accettato quell’appuntamento in aperta campagna è uno degli aspetti che gli investigatori continuano ad approfondire.
Quello che, invece, appare ormai delineato dagli accertamenti è la dinamica dell’aggressione. Secondo la ricostruzione contenuta negli atti, Esposito sarebbe stato colpito ripetutamente con estrema violenza al capo e al torace, riportando lesioni gravissime che lo avrebbero ridotto in fin di vita. Successivamente il corpo sarebbe stato avvolto in una coperta presa dalla stessa automobile e dato alle fiamme. L’indagato sostiene di aver creduto che la vittima fosse già morta, ma gli esami tossicologici raccontano un’altra realtà: il livello di carbossiemoglobina riscontrato nel sangue, pari al 22%, è ritenuto compatibile con l’inalazione di monossido di carbonio durante l’incendio, elemento che, secondo i consulenti della Procura, indica che Esposito respirasse ancora quando il fuoco è stato appiccato.
Fu proprio l’ incendio a richiamare l’attenzione di alcuni passanti nella prima mattinata del 19 luglio. Durante le operazioni di spegnimento emerse il corpo ormai carbonizzato e irriconoscibile. A indirizzare subito gli investigatori fu la Lancia Y bianca, parcheggiata a circa cento metri dal luogo del ritrovamento.
Gli accertamenti della Scientifica hanno poi individuato sull’auto un’impronta digitale riconducibile a Rahmouni, già presente nelle banche dati delle forze dell’ordine. Dopo due giorni di ricerche il giovane è stato rintracciato all’interno di un casolare abbandonato poco distante. Dopo un tentativo di fuga e un breve tentativo di barricarsi all’interno dell’edificio, è stato bloccato dai carabinieri. Con sé aveva alcuni oggetti appartenenti alla vittima: il telefono cellulare, alcune carte di pagamento e un anello.
Davanti al pubblico ministero Rahmouni ha reso confessione. Ha raccontato di conoscere Esposito perché, a suo dire, frequentava giovani connazionali ai quali avrebbe offerto denaro in cambio di rapporti sessuali. Ha inoltre sostenuto che la vittima gli avesse promesso un aiuto per ottenere un lavoro e regolarizzare la propria posizione in Italia, ma che durante l’incontro avrebbe tentato un approccio sessuale, da lui respinto, circostanza che avrebbe poi fatto degenerare la situazione fino all’aggressione. Una versione che dovrà essere verificata nel corso del processo.
Assistito dall’avvocato Giovanni Mauri del Foro di Nocera Inferiore, l’indagato ha dichiara di aver avuto inizialmente l’intenzione di picchiare Esposito e non di ucciderlo. Dato al momento escluso dal magistrato. Il giudice per le indagini preliminari ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere, ritenendo concreto il pericolo di fuga. Nell’ordinanza vengono inoltre contestate le aggravanti della premeditazione e della crudeltà. Secondo il Gip, infatti, l’incontro sarebbe stato pianificato per attirare la vittima in un luogo isolato con un intento omicidiario maturato in precedenza e la particolare violenza dell’azione, culminata nell’incendio del corpo mentre Esposito era ancora in fase vitale o agonizzante secondo gli accertamenti medico-legali, avrebbe provocato sofferenze ulteriori rispetto a quelle necessarie a cagionarne la morte.
Ma se la dinamica dell’omicidio sembra delinearsi con sempre maggiore precisione, molto più complesso si sta rivelando ricostruire la vita della vittima. Luigi Esposito, infatti, avrebbe raccontato di sé versioni differenti a persone diverse. Alcuni amici erano convinti che lavorasse per l’ARPAC, circostanza che l’ente ha immediatamente smentito agli investigatori. Altri erano convinti che fosse sposato con una farmacista di Caserta di nome Simona, mentre dagli accertamenti è emerso che era single. Un mosaico di racconti, mezze verità e identità costruite nel tempo che rende quasi più difficile comprendere chi fosse Esposito in vita che ricostruire le ultime ore che lo hanno condotto alla morte. L’unica certezza documentata era il suo lavoro nel mondo dell’informazione. Esposito era giornalista, opinionista sportivo per diverse emittenti televisive locali e direttore di un sito di informazione. Una presenza conosciuta nel panorama dell’informazione campana che oggi lascia spazio a una vicenda giudiziaria destinata a far discutere ancora a lungo.
di Mariarosaria Di Vece












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