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Malore fatale in spiaggia, l’appello del cardiologo Colangelo: «La cardioprotezione è un dovere sociale, non la battaglia di pochi»

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di Riccardo Pucciarelli

L’ennesima tragedia consumatasi su una spiaggia italiana riaccende il dibattito sulla cardioprotezione dei luoghi pubblici e, in particolare, degli arenili, spesso affollati da migliaia di persone durante la stagione estiva. La morte di un bagnante colto da un improvviso malore in Calabria ripropone con forza il tema della prevenzione e dell’efficienza della rete dei defibrillatori semiautomatici esterni (DAE), strumenti che, se disponibili e utilizzati tempestivamente, possono rappresentare un elemento determinante nella cosiddetta “catena della sopravvivenza”.

A intervenire è il cardiologo Giuseppe Colangelo, originario di Lamezia Terme ma da anni residente e operante in Campania, dove è apprezzato per la sua attività clinica e per il costante impegno nella diffusione della cultura della prevenzione cardiovascolare. Presidente onorario dell’associazione Calabria Cardioprotetta, Colangelo da tempo porta avanti una vera e propria campagna di sensibilizzazione affinché la cardioprotezione diventi una priorità strutturale e non soltanto un argomento destinato a tornare d’attualità dopo ogni tragedia.

Il medico invita innanzitutto alla prudenza nell’analizzare il caso specifico. «Il primo pensiero va alla vittima e alla sua famiglia. Non sappiamo se, in questo episodio, la presenza o il tempestivo utilizzo di un defibrillatore avrebbe potuto cambiare l’esito. Sarebbe scorretto affermarlo senza conoscere nel dettaglio le cause del decesso e la dinamica dei soccorsi», precisa.

Una cautela che, tuttavia, non può trasformarsi – secondo Colangelo – in una giustificazione per continuare a rinviare interventi ormai ritenuti indispensabili. «Questa prudenza non può diventare l’alibi per ignorare un problema noto da anni», sottolinea.

Nei giorni scorsi il cardiologo aveva già rivolto un nuovo appello alle istituzioni chiedendo la realizzazione di una mappatura pubblica e costantemente aggiornata dei defibrillatori presenti sul territorio, verifiche periodiche sul loro stato di efficienza e una formazione sempre più diffusa della popolazione sull’utilizzo dei DAE e sulle manovre di rianimazione cardiopolmonare.

Secondo Colangelo, infatti, il vero limite del sistema italiano non risiede esclusivamente nel numero dei dispositivi installati, ma nella loro effettiva disponibilità e funzionalità.

«Non basta acquistare un defibrillatore, organizzare un’inaugurazione, scattare una fotografia e pubblicare un comunicato stampa», osserva. «Troppo spesso i DAE vengono dimenticati dopo il taglio del nastro: batterie scariche, piastre scadute, controlli assenti oppure dispositivi collocati in edifici chiusi o comunque non accessibili in caso di emergenza. Un defibrillatore inutilizzabile quando serve rappresenta soltanto un’illusione di sicurezza.»

Un’esperienza vissuta in prima persona. Di recente Colangelo ha infatti sostenuto personalmente le spese necessarie per ripristinare il funzionamento di un defibrillatore pubblico installato sul lungomare Falcone-Borsellino di Lamezia Terme, uno dei punti maggiormente frequentati della città da residenti, turisti e sportivi.

All’iniziativa, racconta con amarezza, erano presenti appena dodici persone e nessun rappresentante delle istituzioni.

«Non cercavo visibilità né riconoscimenti», afferma. «Ma quell’immagine racconta molto: un cittadino interviene di tasca propria per rimettere in funzione un dispositivo salvavita pubblico, mentre le istituzioni sono assenti. Poi, quando si verifica una tragedia, improvvisamente tutti tornano a parlare di prevenzione.»

Per il cardiologo, tuttavia, aumentare il numero dei DAE non basta. È necessario creare una vera cultura dell’emergenza, coinvolgendo scuole, università, aziende, associazioni, società sportive, stabilimenti balneari, parrocchie, luoghi di lavoro e pubbliche amministrazioni.

«Possiamo installare migliaia di defibrillatori, ma se le persone non sanno riconoscere un arresto cardiaco, allertare rapidamente il 118, iniziare il massaggio cardiaco e utilizzare il DAE, avremo risolto soltanto una parte del problema.»

L’obiettivo, spiega, deve essere quello di trasformare ogni cittadino in un potenziale primo soccorritore.

«Dobbiamo educare un intero Paese all’arresto cardiaco. Nei primi minuti, prima dell’arrivo dei sanitari, la vita di una persona è spesso affidata a chi si trova accanto a lei.»

Da qui la richiesta di programmi permanenti di formazione, campagne pubbliche di sensibilizzazione, una banca dati nazionale aggiornata dei DAE e controlli costanti sulla piena efficienza dei dispositivi installati.

L’impegno di Colangelo, però, non si limita agli appelli. Il cardiologo è conosciuto anche per una scelta simbolica ma estremamente concreta: porta sempre con sé un defibrillatore.

«Il DAE viaggia con me. Lo porto ovunque perché l’arresto cardiaco non avvisa, non sceglie il luogo e non aspetta l’arrivo dei soccorsi», racconta.

Una convinzione che sintetizza in una frase divenuta ormai il manifesto della sua attività divulgativa: «Considero il defibrillatore un’arma. Ma un’arma particolare: un’arma che salva e non uccide.»

Per Colangelo il defibrillatore rappresenta molto più di uno strumento sanitario: è il simbolo di una società capace di organizzarsi per proteggere la vita.

«Viviamo in una società nella quale ci proteggiamo da tanti rischi, ma continuiamo a sottovalutare una delle emergenze tempo-dipendenti più gravi. Ogni minuto senza rianimazione e senza defibrillazione, quando indicata, riduce drasticamente le probabilità di sopravvivenza. Avere un DAE disponibile significa offrire una concreta possibilità di salvezza.»

Da qui il richiamo finale alle istituzioni, chiamate – secondo il cardiologo – a trasformare gli impegni formali in interventi concreti.

«La cardioprotezione non può essere delegata esclusivamente ai medici, agli infermieri, al sistema dell’emergenza o alla buona volontà di pochi cittadini. Le istituzioni devono assumersi le proprie responsabilità e passare dalle dichiarazioni ai fatti.»

Un impegno che Colangelo assicura di voler proseguire, sia in Calabria sia nel resto d’Italia.

«La Calabria è la mia terra e continuerò a fare la mia parte, anche quando gli appelli restano inascoltati e la partecipazione è limitata. Continuerò a portare con me il mio DAE, la mia arma che salva e non uccide. Ma combattere l’arresto cardiaco non può essere la battaglia solitaria di pochi. È un dovere sociale. Non servono altri comunicati dopo le tragedie: servono formazione, organizzazione e decisioni prima che accadano. La prevenzione non può aspettare i tempi della politica e la cardioprotezione non può attendere la prossima tragedia.»

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