di Riccardo Pucciarelli
Quando Vincenzo De Luca, fresco sindaco di Salerno, iniziò a parlare della città come della futura Montecarlo del Sud, probabilmente immaginava yacht scintillanti, casinò affacciati sul mare, teste coronate in visita e una mondanità degna della Costa Azzurra. Peccato che qualcuno avrebbe dovuto avvertirlo che il Principato di Monaco, in provincia di Salerno, era già arrivato da qualche secolo.
Non sul lungomare cittadino, non tra le strade del centro e nemmeno tra i palazzi del Corso Vittorio Emanuele. Il legame più concreto con la dinastia dei Grimaldi si trova infatti a Campagna, dove la famiglia regnante monegasca possedette beni e proprietà, lasciando tracce storiche ben più solide di qualsiasi slogan elettorale. Insomma, mentre De Luca sognava di trasformare Salerno in Montecarlo, Montecarlo aveva già messo piede nel Salernitano molto tempo prima.
La differenza, tuttavia, è che tra possedere qualche proprietà e trasformare una città in una capitale del lusso passa più o meno la stessa distanza che separa una Fiat Panda da una Ferrari parcheggiata davanti al Casinò di Monaco. Certo, Salerno negli ultimi anni è cambiata. Nessuno può negare che il volto urbano sia stato profondamente trasformato. Nuove piazze, lungomare riqualificato, eventi e luci d’artista hanno contribuito a migliorare l’immagine della città. Ma Montecarlo è un’altra storia. Lì il reddito pro capite è tra i più alti del mondo. Le auto sportive non sono un’eccezione ma quasi un elemento dell’arredo urbano. Gli yacht sembrano condomini galleggianti e il problema principale dei residenti non è trovare parcheggio, ma trovare un ormeggio da milioni di euro.
A Salerno, invece, si continua a fare i conti con traffico, servizi spesso insufficienti, periferie che attendono attenzione e infrastrutture che avrebbero bisogno di una cura ben più profonda di una semplice mano di vernice. Per questo il paragone con Montecarlo ha sempre avuto qualcosa di poetico. O forse di fantasioso. Del resto, ogni amministratore ha il diritto di sognare in grande. Il problema nasce quando il sogno incontra la realtà e scopre che tra il porto di Salerno e quello di Monaco non ci sono soltanto qualche centinaio di miglia nautiche, ma interi universi economici, sociali e culturali. Forse, più che Montecarlo, Salerno avrebbe dovuto ambire a essere semplicemente la migliore versione di sé stessa. Un obiettivo meno cinematografico ma certamente più concreto.
Resta poi una considerazione finale, quasi romantica. Dietro quel paragone con il Principato si poteva intravedere una sorta di aspirazione inconscia: quella di diventare il principe illuminato di una piccola capitale mediterranea. Una figura capace di modellare la città a propria immagine e somiglianza, governandola con il carisma di un sovrano più che con gli strumenti di un amministratore. Ma anche qui la storia è stata poco collaborativa. Perché il Principato ha già i suoi principi. E soprattutto ha già i suoi Grimaldi. De Luca, purtroppo per lui, è arrivato con qualche secolo di ritardo.
E così il sogno di indossare, almeno metaforicamente, la corona di Monaco è rimasto quello che era: un’affascinante suggestione politica, destinata a infrangersi contro la testarda geografia e contro una realtà che continua a ricordarci come Salerno sia una splendida città del Mezzogiorno, ma che di strada ne debba ancora percorrere parecchia prima di poter assomigliare, anche soltanto da lontano, alla capitale monegasca. Nel frattempo, i Grimaldi possono dormire sonni tranquilli. Il Principato è salvo.













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