L’inchiesta sull’orrore dei braccianti fantasma: quattro pakistani uccisi, un superstite e il sistema invisibile dello sfruttamento nelle campagne del Sud
“Mafia, capito? Mafia”. Sono parole spezzate, pronunciate in un italiano incerto, ma capaci di raccontare più di qualsiasi rapporto investigativo. A dirle è Taj Mohammad Alamyar, bracciante afghano e unico superstite della strage di Amendolara, in provincia di Cosenza, dove quattro lavoratori agricoli pakistani sono morti bruciati vivi in quello che appare come un regolamento di conti feroce maturato nel mondo del caporalato.
Taj era con loro, a bordo del minivan trasformato in trappola mortale. Secondo il suo racconto, due uomini — indicati come caporali — avrebbero cosparso il mezzo di benzina e tentato di incendiarlo con le persone ancora all’interno. Lui è riuscito a salvarsi rompendo un finestrino e fuggendo tra le fiamme, riportando ustioni al braccio e in altre parti del corpo. Gli altri quattro non ce l’hanno fatta.
Una tragedia che, secondo gli investigatori, avrebbe un movente preciso: la ribellione allo sfruttamento.
La rivolta dei “fantasmi delle fragole”
Le vittime lavoravano nei campi dell’Alto Ionio cosentino, raccogliendo fragole per poche decine di euro al giorno. Vivevano in abitazioni sovraffollate, pagando affitti elevati per pochi metri quadrati condivisi con altri migranti. Dei circa 50 euro guadagnati quotidianamente, una parte finiva nelle mani dei caporali, che gestivano trasporti e reclutamento della manodopera.
Secondo quanto emerso dalle testimonianze, i cinque lavoratori non accettavano più paghe irregolari e buste paga considerate fittizie. Chiedevano un contratto regolare, più tutele, condizioni dignitose. Una richiesta che avrebbe provocato tensioni con chi controllava il sistema del lavoro agricolo.
Prima le minacce — coltelli, intimidazioni, paura — poi, secondo la ricostruzione degli inquirenti, la punizione definitiva.
Le immagini che inchiodano i responsabili
Determinanti per le indagini sarebbero state le immagini delle telecamere di videosorveglianza di una stazione di servizio, che avrebbero consentito alla Procura di Castrovillari di emettere un provvedimento di fermo nei confronti dei presunti responsabili.
Ma al di là dell’aspetto giudiziario, la strage di Amendolara spalanca ancora una volta una porta su una realtà nota eppure invisibile: quella dei braccianti migranti sfruttati nelle campagne italiane.
Uomini senza volto, spesso senza documenti stabili, costretti a vivere in case sovraffollate, trasportati su mezzi insicuri e pagati ben al di sotto dei minimi contrattuali.
Un sistema che si ripete
La tragedia di Amendolara non è un episodio isolato. Nel 2025, un grave incidente stradale a Scanzano Jonico, in Basilicata, costò la vita a quattro braccianti indiani stipati in un’auto diretta nei campi di raccolta delle fragole. Anche lì, le indagini portarono alla luce un sistema di sfruttamento basato su salari bassissimi, turni estenuanti e alloggi degradati.
Nel Metapontino, già nel 2023, un’inchiesta aveva portato all’arresto di caporali e imprenditori agricoli accusati di impiegare migranti per oltre dieci ore al giorno a compensi minimi, in condizioni spesso disumane.
Cambiano i nomi, cambiano le nazionalità, ma il meccanismo resta identico.
“Il caporalato è una forma moderna di schiavitù”
Dura la reazione del mondo sindacale e delle istituzioni religiose. La CGIL Calabria parla di una realtà fatta di “precarietà, ricatto, insicurezza e vulnerabilità estrema” e chiede interventi concreti per spezzare il sistema dello sfruttamento agricolo.
Anche la UILA invoca misure urgenti, tra cui strumenti normativi che possano sottrarre i lavoratori migranti all’irregolarità e al ricatto occupazionale.
Parole forti arrivano dal vescovo di Cassano allo Jonio, monsignor Francesco Savino, che definisce la strage “una ferita morale, sociale e spirituale” e invita a chiamare le cose con il loro nome.
“Il caporalato non è una deviazione marginale”, afferma il presule. “È una struttura di dominio. Una forma moderna di schiavitù che prospera dove il bisogno si trasforma in catena”.
Oltre il dolore, la domanda inevasa
La storia dei quattro pakistani morti ad Amendolara rischia di seguire il destino di tante altre tragedie del lavoro agricolo: indignazione per qualche giorno, poi il silenzio.
Restano però le domande: quante vite servono ancora perché il sistema venga spezzato? Quanti lavoratori invisibili dovranno morire prima che il caporalato smetta di essere considerato un’emergenza temporanea e venga affrontato come ciò che realmente è: un sistema economico costruito sulla vulnerabilità umana?
Perché nei campi del Sud, troppo spesso, il lavoro continua ad avere il prezzo della paura. E qualche volta della vita.













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