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Sostenibilità per Cava Sia lista che sostiene Canora Sindaco non è una parola vuota

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Di Ufficio Stampa Cava SIA

Respira. Ora fallo di nuovo. Quel gesto — così naturale, così semplice — è possibile grazie agli alberi. Non in modo poetico, ma scientifico e misurabile. Un albero adulto produce ossigeno per due persone. Pulisce l’aria dalle polveri sottili. Raffredda le strade di quattro o cinque gradi in estate. Assorbe l’acqua piovana e riduce il rischio di alluvioni. Ferma le frane. Abbassa i costi sanitari di un intero quartiere. Eppure, in molte città italiane, ogni stagione si alza una piattaforma elevatrice per tagliare.

Non è una potatura. È una capitozzatura — un termine tecnico che nasconde una realtà crudele: tagliare intere chiome, ridurre un albero centenario a un tronco mozzato. E la International Society of Arboriculture, l’autorità mondiale degli alberi, dice chiaro: è una pratica sbagliata, dannosa e spesso irreversibile.

Cosa succede a un albero quando viene capitozzato — ISA

È un paradosso. Si capitozza per sicurezza: perché i rami “spaventano”, perché “un albero troppo grande è pericoloso”, perché “bisogna tenerli sotto controllo”. Ma la scienza dice il contrario: un albero capitozzato, con rami deboli e legno marcio, è meno stabile di uno curato con potature corrette. Si crea un pericolo per evitare un pericolo immaginario.

“Un albero non è un palo della luce. Non si taglia a colpi di motosega. Si accompagna, si cura, si conosce — o lo si perde per sempre.”

Il problema non è solo tecnico ma culturale. In Italia l’arboricoltura è poco regolata, e chiunque con un mezzo può intervenire sugli alberi pubblici senza responsabilità. Alcune regioni vietano la capitozzatura, ma la legge si applica poco e i tecnici spesso non sono preparati. Così si gestiscono emergenze — alberi caduti, strade bloccate, danni — causate in gran parte da interventi sbagliati fatti anni prima per “mettere in sicurezza”.

Nel frattempo, gli alberi continuano a lavorare silenziosi. Raffreddano le città d’estate, abbassando la temperatura di oltre cinque gradi e riducendo l’uso dei condizionatori e le emissioni. Tengono insieme le sponde dei fiumi, rallentando le alluvioni. Nei quartieri poveri, il verde riduce lo stress e migliora la salute mentale. Sono vere infrastrutture, ma vengono trattati come arredi.

Chi decide e come decide

Non è solo ignoranza. Dietro molte scelte ci sono logiche lontane dalla botanica: appalti che premiano il prezzo più basso, imprese senza competenze, cicli elettorali che preferiscono interventi rapidi e visibili a quelli lenti e corretti. Tagliare è veloce, economico e sembra fare qualcosa. Fare bene — potature mirate, diagnosi, piani a lungo termine — richiede competenze, investimenti e una visione che va oltre i quattro anni di mandato.

Le città con alberi ben curati hanno piani seri, arboricoltori certificati, inventari aggiornati e controlli sulla qualità. Non è un caso o una questione culturale: è una scelta politica. E può essere fatta — o no.

Chi sceglie di non farla non risparmia davvero: passa il costo al futuro. Alle generazioni che erediteranno città più calde, più grigie, più malate. Ai bilanci comunali che dovranno pagare abbattimenti e ripiantumazioni. Ai cittadini che perdono ombra, aria pulita e biodiversità. La miopia ha un prezzo — lo pagano sempre altri, sempre dopo.

🌿 Il Progetto Cava SIA — Un modello possibile

In questo quadro difficile, ci sono eccezioni da raccontare come modelli da seguire. Il Progetto Cava SIA è uno di questi. Nato da una visione integrata di sostenibilità, tratta il verde non come problema ma come risorsa da valorizzare e restituire alla comunità.

L’approccio è diverso da chi “mette in sicurezza” con la motosega. Si parte dall’ecosistema: si studia, si ascolta, si pianifica. Gli alberi non sono ostacoli o rischi, ma parti di un sistema vivo che produce valore ambientale, economico e sociale. La cava — un’area industriale dismessa, ferita nel paesaggio — viene trasformata in un luogo di rigenerazione, dove il verde non è solo decorazione ma funzione.

Questa è la vera differenza tra sostenibilità reale e di facciata: non piantare alberi per le foto, ma creare condizioni perché gli alberi vivano, crescano e continuino a tenerci in vita.

“Restituire alla terra ciò che la terra ha dato. Non è romanticismo — è la politica più lungimirante che esista.”

Il Progetto Cava SIA dimostra che la sostenibilità non è un lusso per città ricche o amministratori illuminati. È una scelta concreta, che parte dalla domanda più semplice e importante: cosa vogliamo lasciare? Non al prossimo trimestre, non alla prossima elezione — ma alle prossime generazioni.

Spesso quella domanda non si fa. O si fa e poi si ignora appena si vede il preventivo. È lì che si decide se un albero vivrà o morirà. Se un quartiere respirerà. Se una città sarà abitabile tra vent’anni o solo un’isola di calore.

Gli alberi non votano. Non fanno lobby. Non finanziano campagne elettorali. Stanno lì, in silenzio, e fanno il loro lavoro — finché qualcuno arriva con una piattaforma elevatrice e decide che è ora di “sistemarli”. La scienza sa come va a finire. Il resto è una scelta.

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