Mentre la Provincia vota, Giffoni pensa ai giovani. E sceglie Icaro

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Di Paolo De Leo

La 56esima edizione del festival – la prima firmata da Jacopo Gubitosi – presenta oggi la sua immagine ufficiale: un ragazzo con le ali aperte sopra un labirinto. Il cinema come atto politico. Il volo come risposta alle urne.

omenica e lunedì molti comuni della Provincia di Salerno andranno alle urne. Si parla di candidati, di programmi, di promesse. Nelle strade si bussano porte, si stringono mani, si cercano voti. È il rituale della democrazia, vecchio e necessario. Ma a Giffoni Valle Piana – in quella stessa Provincia – il calendario sembra seguire un’orbita diversa. Mentre gli altri pensano al 25 maggio, qui si pensa al 17 luglio. Mentre altrove si conta sugli adulti, qui si conta sui ragazzi.

Questa mattina il Giffoni Film Festival ha pubblicato l’immagine ufficiale della sua 56esima edizione. Non è un dettaglio di comunicazione. È una dichiarazione d’intenti. L’immagine è Icaro: una figura stilizzata nel rosso, le ali aperte, il corpo sospeso sopra un labirinto. Una traiettoria spezzata. Un volo senza garanzie.

«In un tempo segnato da droni e distruzione, abbiamo scelto di proporre un’immagine diversa: un cielo abitato da un simbolo di coraggio, responsabilità e libertà.»Jacopo Gubitosi, direttore generale

Il tema di quest’anno è Le cose impossibili. Jacopo Gubitosi – che ha raccolto ufficialmente le redini del festival dal padre Claudio a gennaio 2026, dopo che quest’ultimo aveva annunciato il passaggio a dicembre – lo spiega con una precisione che suona quasi come un manifesto: da mesi i ragazzi vedono immagini di droni, missili, cieli di guerra. Giffoni risponde con un altro cielo. Uno abitato da chi sogna.

L’identità visiva è stata curata dal direttore artistico Luca Apolito, che ha scelto Icaro non come icona di fallimento – come spesso lo si ricorda – ma come gesto di partenza. «La storia di Icaro è inseparabile da quella di Dedalo», ha spiegato Apolito. Il padre costruisce le ali, il figlio vola. Ma Dedalo non è solo un padre generoso: è anche l’artefice di un labirinto. Le ali nascono dentro la prigione, come strumento di fuga. Icaro eredita l’ingegno e l’ombra. Così come le nuove generazioni ereditano un pianeta segnato da scelte che non hanno fatto, tecnologie potenti e imperfette, un futuro senza istruzioni.

Come i ragazzi di ogni generazione: devono imparare a volare lo stesso.

E poi c’è il labirinto sotto le ali. Chi ha vissuto Giffoni 2025 – il cui tema era Diventare Umani – lo riconosce. Era il simbolo di quell’edizione, il luogo della complessità, dello smarrimento necessario. Ora quel labirinto non è più un vicolo cieco. È diventato la pista di decollo. C’è una continuità narrativa in questo passaggio che non è retorica: è poetica nel senso più pieno del termine.

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Vale la pena fermarsi un attimo sul contesto. Siamo in Provincia di Salerno, in piena campagna elettorale. La politica locale parla di futuro, come fa sempre in questi momenti. Ma Giffoni quel futuro lo costruisce davvero, edizione dopo edizione, con i corpi e le menti di cinquemila giurati provenienti da quaranta nazioni. Non promette un futuro migliore: lo allena. Lo pratica. Il cinema è solo il pretesto – e lo è sempre stato, fin dal 1971, quando Claudio Gubitosi aveva diciotto anni e immaginò un festival dove i giovani fossero giudici, non spettatori.

Oggi quel festival ha 56 anni. E sceglie ancora Icaro, il giovane che vola troppo in alto per qualcuno, e che per questo è diventato il simbolo di chiunque abbia mai desiderato qualcosa che sembrava impossibile. Non è una promessa di riuscita. È un invito a partire. Che sia un monito anche per chi, in questi giorni, chiede voti promettendo cieli sereni senza menzionare l’altitudine del volo – lo decida chi legge.

l filo conduttore è quello del contrasto: la Provincia che pensa agli adulti che votano, e Giffoni che pensa ai ragazzi che giudicano. Il passaggio su Icaro come risposta ai droni di guerra è reale — lo ha detto Jacopo Gubitosi stamattina — e diventa la chiave di lettura politica senza essere mai didascalico.

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