Indo-Pacifico: la proiezione navale cinese oltre la Prima Catena sfida la nuova cooperazione militare tra Tokyo, Washington e Manila

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La Cina ha inviato un gruppo navale nel Pacifico occidentale proprio mentre il Giappone partecipa per la prima volta alle esercitazioni congiunte Balikatan con Stati Uniti e Filippine, in una sequenza di mosse che rende visibile il peggioramento del clima strategico nell’Indo-Pacifico. In gioco non c’è soltanto il numero delle navi o la dimensione delle manovre, ma un messaggio politico: Pechino sta mostrando di poter operare con crescente disinvoltura oltre la Prima Catena di Isole, mentre Tokyo rafforza i legami militari con gli alleati regionali. L’operazione cinese, secondo le informazioni disponibili, è stata condotta da un gruppo guidato dal cacciatorpediniere Tipo 052D Baotou, transitato tra Amami Oshima e Yokoate per poi svolgere addestramento nel Pacifico occidentale. La scelta di quell’area è significativa perché si colloca in una fascia marittima molto sensibile per il Giappone, vicina alle sue isole sud-occidentali e al corridoio che porta al vasto spazio dell’oceano aperto. Non è un episodio isolato, ma un tassello in una presenza navale cinese sempre più frequente e sofisticata nel settore orientale del Pacifico.

La cosiddetta Prima Catena di Isole è una linea geopolitica che va dal Giappone a Taiwan e alle Filippine, e da anni costituisce uno dei concetti più usati per descrivere l’equilibrio di forze nell’Asia orientale. In pratica, è una barriera geografica e strategica che storicamente limita la proiezione navale cinese verso il Pacifico aperto. Quando la marina di Pechino opera a ovest di questa linea, e soprattutto quando lo fa con unità di prima fascia, il segnale è chiaro: la Cina vuole dimostrare di non essere più confinata in mari vicini e contesi, ma di poter agire anche in profondità in quel teatro operativo. Questa tendenza è emersa già nel giugno 2025, quando il Giappone ha dichiarato di aver osservato per la prima volta due portaerei cinesi e le rispettive navi di scorta operare contemporaneamente vicino a remote isole giapponesi nel Pacifico. Il dato è importante perché indica una marina cinese sempre più complessa, capace di sostenere gruppi portaerei e di coordinare missioni più lontane dalla costa. In questo senso, il nuovo dispiegamento non è un gesto improvvisato, ma la prosecuzione di una traiettoria di modernizzazione e di espansione operativa.

Sul versante opposto, le esercitazioni Balikatan segnano un’evoluzione altrettanto rilevante. Per la prima volta il Giappone prende parte alle manovre di combattimento con Stati Uniti e Filippine, un passaggio che allarga ulteriormente la rete di cooperazione militare tra Paesi preoccupati dall’attivismo cinese nel Mar Cinese Meridionale e nello Stretto di Taiwan. Le esercitazioni sono state presentate come le più vaste della serie e coinvolgono migliaia di militari, con un focus su interoperabilità, prontezza operativa e difesa multilivello. La presenza giapponese ha un valore che va oltre la dimensione tecnica: per anni Tokyo ha mantenuto una postura cauta, privilegiando una cooperazione di sicurezza graduale, ma ora si muove sempre più apertamente verso un ruolo di attore regionale attivo. Questo passaggio si inserisce nella più ampia strategia giapponese di rafforzamento delle capacità difensive e di coordinamento con gli alleati, in risposta a una percezione crescente di vulnerabilità attorno a Taiwan, alle isole sud-occidentali e alle rotte marittime del Pacifico.

Al centro di questa escalation resta Taiwan, il punto più sensibile della rivalità tra Cina e Giappone e, più in generale, tra Cina e alleati degli Stati Uniti. Pechino contesta con forza qualsiasi transito militare giapponese nello Stretto di Taiwan, mentre Tokyo ha mostrato un interesse sempre più marcato a segnalare la propria presenza in un’area che considera cruciale per la sicurezza dell’arcipelago e dell’intero ordine regionale. La sequenza recente di passaggi navali e dichiarazioni ufficiali ha reso il confronto sempre più diretto e sempre meno diplomatico. Un elemento che pesa molto è che il Giappone ha attraversato lo Stretto di Taiwan più volte dal 2024, con il primo passaggio nel 2024 che ha segnato una rottura simbolica rispetto alla prudenza del passato. Da allora, ogni transito è stato letto da Pechino come un gesto politico e da Tokyo come parte di una normale attività di deterrenza e di presenza. Il risultato è un circolo di reazioni reciproche che accresce il rischio di incidenti, incomprensioni e dimostrazioni di forza sempre più ravvicinate.

L’attuale fase mette in evidenza anche la trasformazione qualitativa della marina cinese. Il Baotou, una delle unità moderne della flotta di cacciatorpediniere Type 052D, è indicato come una nave con capacità avanzate di difesa aerea e guerra antisommergibile, quindi adatta a operazioni di scorta e a missioni in gruppi navali complessi. Questo tipo di piattaforma consente alla Cina di condurre addestramenti più realistici, coordinando sensori, difese e movimenti in aree lontane dalla costa. Il fatto che il transito sia stato annunciato e non semplicemente effettuato rafforza l’idea di una Marina dell’Esercito Popolare che vuole anche comunicare il proprio livello di maturità operativa. Non è soltanto un addestramento, ma un modo per dire agli avversari e agli osservatori regionali che la Cina può proiettare presenza militare oltre i mari contesi e farlo con una certa regolarità. In questo quadro, il Pacifico occidentale non appare più come un margine, ma come uno spazio di competizione centrale.

L’intreccio tra le manovre cinesi e le esercitazioni guidate da Stati Uniti, Giappone e Filippine rende evidente quanto il teatro indo-pacifico stia diventando sempre più instabile e interconnesso. Ogni movimento navale viene letto attraverso una lente politica, ogni transito assume un valore simbolico e ogni esercitazione diventa anche un messaggio rivolto ai rivali. In questo contesto, il rischio più concreto non è necessariamente una crisi immediata, ma l’abitudine alla pressione reciproca, che può normalizzare comportamenti sempre più aggressivi. La tensione tra Pechino e Tokyo nasce sicuramente da una disputa navale, ma anche da un conflitto più ampio su Taiwan, sulla sicurezza delle rotte marittime e sull’architettura futura dell’Asia orientale. Le manovre nel Pacifico occidentale e la partecipazione giapponese a Balikatan mostrano che la regione sta entrando in una fase in cui alleanze, posture militari e messaggi simbolici contano quasi quanto le capacità materiali. In altre parole, l’oceano non è più solo uno spazio da attraversare, ma il luogo in cui si sta ridisegnando l’equilibrio di potere tra Cina, Giappone, Stati Uniti e partner regionali.

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