Si avvicina il caldo e l’estate ecco a voi la cinquantaseiesima edizione del Giffoni film festival

Posted by

–

Di Paolo De Leo

La 56ª edizione del Giffoni Film Festival (#Giffoni56) si terrà dal 17 al 25 luglio 2026, come anticipato dalle informazioni sulle giurie. Ogni anno questo evento internazionale attira migliaia di giovani a Giffoni Valle Piana. Le iscrizioni per diventare giurati sono aperte dalla fine del 2025. Maggiori informazioni su giffoni.it.

Punti salienti dell’edizione 2026 (informazioni preliminari):

Si consiglia di visitare spesso il sito ufficiale di Giffoni Experience per scoprire il programma completo e le ultime novità sugli ospiti.

Ci sono posti che non ti chiedono chi sei stato, ma chi vuoi diventare.

IMPACT! è il progetto di Giffoni che ogni anno dà voce ai giovani, alle loro idee e domande.

Dal 2 febbraio al 22 marzo 2026 non si aprono solo le candidature, ma un invito: porta con te sogni, fragilità e visioni in crescita.

Se hai dai 18 ai 30 anni, IMPACT! è lo spazio dove la tua voce conta.

Iscrizioni aperte | 2 febbraio – 22 marzo 2026

Ci sono parole che sembrano chiudere il mondo. “Impossibile” è una di queste. Però questa parola contiene una contraddizione. Inizia con un “no”, ma dentro c’è un seme del suo contrario. Dice “non si può”, ma spesso la usiamo per indicare qualcosa che ancora non sappiamo fare, non osiamo immaginare, o non crediamo possibile.

Le cose impossibili. Sembra semplice, quasi infantile. Non è solo “l’impossibile” come idea, ma “le cose” concrete, vicine. Il plurale conta. Non un unico grande impossibile da superare, ma tante cose diverse, piccole o grandi, che ognuno riconosce dentro di sé, nella vita di tutti i giorni. I giovani dicono “questa cosa mi preoccupa”, “quella cosa non la capisco”, “ci sono cose impossibili”. È un linguaggio diretto. Un’espressione semplice che racchiude tutta la complessità del vivere.

Questo tema nasce dalle riflessioni raccolte durante il Giffoni 2025, Diventare umani, dove il viaggio cominciava dentro di noi con la ricerca della consapevolezza, della capacità di relazionarsi con gli altri, dell’empatia. Durante il festival abbiamo ascoltato centinaia di storie, migliaia di pensieri. Abbiamo parlato con ragazzi da tutta Italia e dal mondo. Da queste voci nasce una domanda semplice e profonda: oggi, per le nuove generazioni, cosa è diventato impossibile?

Ogni generazione eredita sogni e limiti da quelle precedenti, ma chi cresce oggi vive in un tempo speciale. Forse per la prima volta il futuro sembra vicino (a portata di smartphone) e allo stesso tempo lontano.

Gli adolescenti di oggi sono immersi in un flusso continuo di informazioni. Sanno del cambiamento climatico prima di studiarlo a scuola. Vedono le guerre in clip di pochi secondi sui social. La disuguaglianza economica appare e scompare nei loro feed. Sono molto informati ma anche confusi. Quello che vedono può sembrare “vero”, ma distinguere la verità dall’informazione richiede strumenti che la loro generazione – come la nostra – sta ancora imparando a usare. Sono sommersi di dati ma cercano senso. Vedono troppo in fretta, senza tempo per capire davvero. Portano dentro una doppia nostalgia. Da una parte per ciò che si è perso, un pianeta più sano, certezze economiche, privacy. Dall’altra per ciò che non è ancora nato: un futuro vivibile, giustizia sociale, pace. Hanno capito presto che molte cose sono difficili. Alcune sembrano proprio impossibili.

Il modo di guardare al futuro è cambiato. Non che le generazioni passate fossero senza paure, ma questa incertezza è diversa. Meno strade certe, meno punti fermi. È fragilità ma anche libertà. Nessun percorso obbligato. Il vuoto come rischio e possibilità.

Viviamo in un tempo di forti divisioni. Il mondo è diviso in campi opposti che non si parlano. Gaza e Ucraina, clima e vaccini, immigrazione e identità di genere, ma anche cosa si può dire o no, quale storia raccontare, quale memoria conservare o cancellare. Ogni questione chiede di schierarsi, non di capire. Dire “è complicato” è diventato impossibile. Capire l’altro è visto come tradimento. È sempre più difficile tenere insieme idee complesse, abitare la contraddizione, riconoscere l’umanità anche nel “nemico”. Siamo chiusi in bolle dove tutti la pensano come noi. Chi dissente non è più una persona da ascoltare, ma un profilo da bloccare. Così si cresce costretti a schierarsi sempre, a essere sempre certi. Il dubbio diventa debolezza, l’incertezza slealtà. Recuperare il dialogo è una delle cose impossibili di oggi? Non il dibattito per vincere, ma la conversazione per capire.

In questo scenario confuso, dove le persone faticano a parlarsi, alcuni si rivolgono all’intelligenza artificiale. Fino a pochi anni fa era fantascienza. Oggi ChatGPT e altri sono parte della vita quotidiana. Per molti l’IA è promessa e minaccia insieme. Un oracolo che sembra avere tutte le risposte, ma riflette solo ciò per cui è programmata. Parla, risponde, consiglia, crea immagini, scrive poesie e risolve problemi. Ma non prova emozioni. Eppure molti la considerano un interlocutore fidato. Le domande più intime, una volta rivolte a un amico, un diario, un genitore o uno psicologo, oggi si chiedono a una macchina.

Ma dietro lo schermo lo sguardo resta sul mondo reale. La tecnologia ha promesse, ma ci sono anche desideri profondi che non trovano ancora spazio nella realtà. Sognano un pianeta guarito. Sperano in un’umanità che ascolta, capace di fermarsi prima di distruggere. Vivono l’allarme climatico come una ferita personale. Il loro futuro brucia, eppure immaginano un finale diverso. Desiderano un tempo in cui le identità non dividano, ma raccontino la ricchezza di ogni storia. Un mondo dove la diversità non sia una prova quotidiana ma una ricchezza condivisa, naturale come respirare. Sanno che questo orizzonte è lontano, forse lontanissimo. Ma continuano a marciare per il clima, a protestare contro le ingiustizie, a cantare. Questa generazione è spesso fraintesa, descritta con cliché che la vogliono prigioniera dei social, incapace di relazioni reali, condannata allo scrolling infinito. In parte è vero, ma non solo. Vivono in un mondo che moltiplica i desideri e li allontana, che propone identità perfette e irraggiungibili, vite curate da algoritmi pensati solo per catturare l’attenzione.

Non è semplice trovare soluzioni per affrontare questa trasformazione. Le risposte giuste non le hanno genitori, insegnanti o psicologi. È quasi un esperimento collettivo senza regole, ma i giovani rischiano di pagarne il prezzo più alto. Non è facile. Non lo sarà. Ma dobbiamo fare in modo che non diventi impossibile.

A volte il peso di questa incertezza si vede in modi drammatici. La violenza nei corpi e nelle parole dei giovani, il bullismo online, gesti estremi, esplosioni di aggressività… È un linguaggio distorto, un modo disperato di chiedere attenzione. Il disagio diventa rabbia. La solitudine diventa aggressione. Ma dietro ogni gesto estremo c’è quasi sempre il bisogno semplice di essere visti e accolti. Per superare il senso di impossibilità bisogna nominare queste ferite, dare loro senso, restituire la fiducia che si può cambiare il mondo senza distruggerlo.

Ci sono anche cose che, pur non essendo impossibili, sembrano tali. Crescere sotto la pressione di apparire sempre sicuri, in controllo, perfetti sui social e nella vita, rende rischioso mostrarsi vulnerabili. Dire “mi dispiace” sembra una sconfitta. Dire “ti amo” senza sapere cosa succederà. Ammettere di non avere tutto sotto controllo. Mostrarsi vulnerabili.

Ci sono impossibili scritti nel corpo e nel nome.

Per chi cresce oggi, affermare la propria identità è diventato un vero campo minato, una sfida quotidiana apparentemente insormontabile. La società impone scelte nette: maschio o femmina, italiano o straniero, etero o gay. Tuttavia, molti non si riconoscono in queste etichette rigide o ne vivono contemporaneamente diverse. Giovani con background migratorio…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *