Movida e giovani a Salerno. Casaburi: “Crescere non significa spegnersi”

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Negli ultimi anni il tema della movida e, più in generale, delle opportunità per i giovani è tornato al centro del dibattito cittadino a Salerno. Tra locali che chiudono, nuove attività che faticano a nascere e sempre più ragazzi che scelgono di trasferirsi altrove, la città si interroga su quale futuro costruire per le nuove generazioni. Di queste criticità e delle possibili soluzioni parliamo con Gabriele Casaburi, che analizza le cause della crisi del settore e propone alcune misure concrete per rilanciare la vita notturna, sostenere chi vuole fare impresa e rendere Salerno una città più attrattiva per i giovani.

Gabriele, da ormai un decennio la crisi della movida si approfondisce sempre di più. Soprattutto dopo la pandemia. Quali sono le cause?

La pandemia ha dato il colpo finale, ma il problema è iniziato molto prima. Negli ultimi dieci anni si stima che tra il 30 e il 40% dei locali abbia chiuso o cambiato gestione, e questo è un dato che deve far riflettere. Il punto è che oggi aprire un’attività a Salerno è diventato difficile. Tra tasse alte, burocrazia e regole spesso poco chiare, molti hanno rinunciato. Se un giovane deve investire, molto spesso sceglie altre città. A questo si aggiunge un altro aspetto: il rapporto tra locali e residenti non è mai stato gestito davvero. Senza regole precise e senza equilibrio, la movida finisce per essere vista come un problema invece che come un’opportunità. E invece deve essere una risorsa, perché crescere non significa spegnersi, ma organizzarsi meglio.

Quali sono le attività prioritarie per far ripartire la movida?

Bisogna partire da interventi molto concreti. Il primo è alleggerire subito i costi, soprattutto per chi decide di aprire. Penso a una riduzione della TARI di almeno il 50% per i primi due o tre anni, in particolare per gli under 45. Chi parte deve essere aiutato, non messo in difficoltà. Allo stesso modo, serve una sanatoria sulle vecchie multe, perché non è possibile che chi vuole lavorare sia bloccato da situazioni accumulate negli anni. Un altro punto fondamentale riguarda le regole: devono essere semplici e uguali per tutti. Oggi capita che lo stesso tipo di attività venga trattato in modo diverso da zona a zona, e questo crea solo confusione.Definire orari chiari e fare controlli seri aiuterebbe anche a evitare i problemi con i residenti. E poi bisogna puntare sulla qualità: meno improvvisazione e più attività solide, che diano continuità e valore alla città.

Salerno è una città a misura di giovane?

Oggi no, e credo sia giusto dirlo con chiarezza. I numeri parlano da soli: ogni anno tanti giovani vanno via. Se devo dirla in modo diretto, Salerno rischia di diventare “non un paese per giovani”. Un ragazzo resta se ha opportunità, lavoro e una città viva. Qui spesso trova poche possibilità e tante difficoltà. Lavoro precario e burocrazia: perché molti scelgono di partire

Quali sono i problemi principali?

Il problema principale è che oggi, per molti, conviene più andare via che restare. Il lavoro è poco e spesso precario, i tempi per aprire un’attività sono lunghi, anche sei mesi o un anno, e i costi sono alti fin dall’inizio. In più manca un supporto concreto per chi vuole fare impresa e ci sono pochi spazi e poche occasioni di aggregazione. Se si mette insieme tutto questo, è abbastanza naturale che un giovane decida di cercare altrove il proprio futuro.

Come può essere possibile riportare i giovani a Salerno?

“Bisogna partire da misure semplici e concrete. Ridurre le tasse locali, a partire dalla TARI, almeno del 50% per chi apre o decide di tornare a investire, è un primo passo fondamentale. Poi servono tempi certi: un’attività deve poter aprire in 30-60 giorni, non in un anno. È necessario facilitare l’accesso al credito per gli under 45 e dare nuova vita agli spazi comunali inutilizzati, trasformandoli in luoghi per coworking e startup. Ma non basta. Salerno deve tornare a essere una città viva, con più eventi, più sicurezza e più opportunità. Perché alla fine il punto è molto semplice: se un giovane vede un futuro, resta. Se non lo vede, parte. E oggi, purtroppo, stanno partendo in troppi”.

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