di Piero De Ruvo (video di Samer Sweidan)
SAIDA (Libano) — Il silenzio dell’alba nel centro di Saida è stato squarciato dal boato improvviso di un attacco aereo israeliano, trasformando un’area urbana densamente popolata in un inferno di fumo, polvere e detriti. Il bilancio di questa incursione è un pugno allo stomaco per l’umanità: si contano nove morti e oltre dodici feriti, ma il dato più atroce è che la maggior parte delle vittime sono bambini, colpiti dalla violenza mentre si trovavano nel cuore della loro città.
Le immagini che arrivano dal luogo del disastro sono una testimonianza cruda di dolore e devastazione. Nel filmato dei soccorsi, tra le grida e la confusione, risuona un’unica esclamazione, potente e disperata: “يلا” (Yalla – “Andiamo”, “Presto”). È il grido convulso di chi non si arrende, un incitamento frenetico a muoversi velocemente per prestare il primo soccorso o trasportare d’urgenza i feriti verso gli ospedali, in un contesto di estremo pericolo.
Volontari con giubbotti fluorescenti e caschi si fanno strada tra il cemento frantumato e i vetri, trasportando corpi avvolti in bianchi sudari e barelle improvvisate. Dietro di loro, la sagoma di palazzi sventrati e strade ricoperte di macerie racconta la potenza di un’esplosione che ha colpito le famiglie all’improvviso. “Si sentivano urla e persone che correvano ovunque”, riferiscono i testimoni locali, descrivendo il panico che ha travolto i residenti in un istante.
Mentre le squadre di emergenza continuano a scavare instancabilmente tra i resti degli edifici, Saida si ritrova avvolta in una nuova tragedia umanitaria. È un momento di puro istinto di sopravvivenza e solidarietà, dove l’indignazione e la paura si mescolano al pianto per una comunità colpita al cuore, che ancora una volta si trova a pagare il prezzo più alto di un conflitto che non risparmia nemmeno i più piccoli.












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