Massimo Miccio ha sempre avuto una luce speciale negli occhi, una di quelle che non si insegnano, che non si conquistano ma che si portano dentro fin da bambini. È cresciuto a Soccavo, nella periferia di Napoli, dove ogni cosa sembra più faticosa e il futuro appare spesso un lusso per pochi. Eppure, in quel contesto difficile, Massimo ha imparato presto la maturità. Figlio unico, cercava negli altri ciò che nella sua solitudine gli mancava: comunione, condivisione, empatia. Sin da ragazzino amava organizzare giochi, feste, radunare amici. Era uno spirito libero, curioso del mondo e innamorato delle piccole cose. Negli anni dell’adolescenza, la frequentazione dei gruppi parrocchiali ha acceso in lui una fede semplice ma ardente: una luce interiore alimentata da preghiere e da gesti gentili verso chi era più fragile.
“Tendevo la mano a tutti, senza pensarci”, racconta oggi Massimo. La scintilla che avrebbe cambiato il suo destino arriva all’università. Alcuni colleghi facevano volontariato in un centro di accoglienza per minori a rischio e lui, quasi per caso, decise di unirsi a loro. “C’erano quaranta ragazzi a cui facevamo doposcuola. Per loro eravamo un punto di riferimento, costruttori del loro futuro. Noi credevamo in loro, e loro cominciavano a credere in sé stessi.” È lì che il suo modo di guardare le persone cambia. L’empatia diventa una presenza costante, quasi una vocazione e Massimo capisce che non potrà mai più voltarsi dall’altra parte.
Dopo la laurea in Economia e Commercio e un lavoro sicuro al call center dell’INPS, sente però che qualcosa manca. Quel tassello fatto di amore concreto, presenza, dedizione. Un amico seminarista lo porta all’Ospedale Pausilipon di Napoli, nel reparto di oncologia pediatrica. È un salto nel buio e nella verità. “Biagio aveva dodici anni,” ricorda Massimo con la voce che ancora trema, “e combatteva una battaglia troppo grande. Cercavo di stargli accanto, anche quando potevo vederlo solo attraverso un vetro della camera sterile.” Ma il cancro, quella volta, ha vinto. “Non ce l’ho fatta a restare. Ho dovuto lasciare la pediatria oncologica. Il mio cuore non reggeva tutta quella sofferenza.” È una ferita che ancora oggi lo accompagna. Ma è anche il momento in cui capisce quanto sia prezioso il tempo che possiamo donare agli altri.
Il volontariato lo arricchisce, anche quando fa male e diventa, col tempo, la sua missione. Arriva così alla mensa delle suore di Madre Teresa di Calcutta, dove distribuisce cibo e sorrisi ai più poveri. Massimo ama cucinare: per lui preparare un pasto caldo è un atto d’amore, un modo semplice e potentissimo per dire “io ci sono”. Da dieci anni dirige il Ristoro di Sant’Egidio, all’interno della chiesa di San Pasquale a Chiaia. Tre volte a settimana, con l’aiuto di ottanta volontari, distribuisce cibo e indumenti a circa 120 persone. “Il nome viene da Egidio Maria di San Giuseppe, un frate che per oltre cinquant’anni ha accolto i poveri alle porte del convento. Noi volontari doniamo il nostro tempo: i frati hanno dato lo spazio, noi il cuore.”
Al Ristoro arriva di tutto: pensionati soli, extracomunitari, donne ucraine scappate dalla guerra, divorziati, senzatetto. Molti cercano un piatto caldo, ma la maggior parte cerca una carezza, una parola, un luogo dove non sentirsi invisibili. “La solitudine è la forma più crudele di povertà,” dice Massimo. “Il pasto è solo un pretesto. È lo stare insieme ciò che davvero nutre.” Accanto a lui ci sono ottanta volontari, numerosi benefattori e i suoi genitori, che ogni giorno girano per le attività commerciali della zona a ritirare l’invenduto. È un piccolo esercito del bene che trasforma ciò che per altri è scarto in un’occasione di dignità.
Il Ristoro è una porta sempre aperta, proprio come il cuore di Massimo, che sembra non conoscere stanchezza. Immedesimarsi nell’altro è diventata la sua identità, la sua vocazione, il suo modo di stare al mondo. Forse lui non lo sa ma nella vita di molti Massimo è diventato un faro: un punto di luce che guida quando tutto è buio, un porto sicuro per chi cerca aiuto. In un tempo in cui l’indifferenza spesso fa da padrona, storie come la sua ricordano che, a volte, basta un solo uomo per cambiare il destino di tanti, basta una luce negli occhi, quella che Massimo non ha mai smesso di portare.














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