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La storia di Gianluca Memoli: la forza oltre il buio

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Gianluca era un piccolo lord biondo, con gli occhi azzurri e le ginocchia sempre sbucciate. Girava per strada con il suo super santos stretto sotto il braccio, libero e leggero come sanno esserlo solo i bambini. La sua infanzia è stata un mosaico di felicità semplice: cortili, risate, pantaloncini sporchi e sogni enormi. A cinque anni i genitori decisero di iscriverlo a judo. “Non sapevo fare neanche una capriola” – ricorda sorridendo. Sul tatami imparò la disciplina e scoprì perfino un tratto di sé che non conosceva: “Capii di avere un disturbo ossessivo-compulsivo quando notai che le mie ciabattine, ai bordi del tatami, erano sempre perfettamente allineate”. Ma qualche anno dopo qualcosa cambiò per sempre: scoprì il suo amore più grande, la pallacanestro. Dal primo palleggio al primo canestro, Gianluca sentì che quel campo sarebbe stato casa sua. E lo fu, fino ai 21 anni. Poi il buio.

L’11 settembre 2004 un incidente stradale squarciò la sua vita in due. C’è un prima e un dopo: la luce e l’oscurità, la corsa e l’immobilità, l’adrenalina e l’impotenza. “Di quel momento ricordo ogni dettaglio. Ero in scooter con un amico. Attraversavamo l’incrocio a cento metri da casa mia quando un’auto pirata ci investì e fuggì via. Rimasi sull’asfalto, cosciente ma immobile. E per quanto sembrasse impossibile, sentivo che alla guida di quella vettura ci fosse Paolo, il mio migliore amico”. La sirena dell’ambulanza, il volto sconvolto di suo padre, la folla accorsa in strada dopo il boato. Il pronto soccorso, il lettino freddo, il neurochirurgo che parlava troppo velocemente. Poi il responso: vertebra C5 esplosa, fratture multiple alla 4ª e 6ª cervicale. “Il giorno in cui mi dissero che non avrei più camminato piansi senza sosta abbracciato a mia madre”. Dopo tre interventi — uno con pochissime probabilità di sopravvivenza — Gianluca ripercorre nella mente ogni attimo precedente all’incidente. “Forse questo percorso faceva parte di un disegno più grande”. Così si aggrappa alla fede. Cerca la guarigione dell’anima nella preghiera, nei pellegrinaggi, nel silenzio dei luoghi sacri. La sua vita cambia radicalmente. Cambiano le prospettive: dai suoi 193 cm finisce su una sedia a rotelle. Cambiano i sogni: non sarebbe diventato né elicotterista né cestista. Cambia tutto. Di colpo.

Eppure Gianluca non si spezza. Resiste allo sconforto, alle notti infinite senza sonno, alla rabbia, alla paura. Resiste alla disabilità. La sua famiglia lo sorregge come un muro d’amore: lo sprona, lo accarezza, lo rimette in piedi nel cuore, anche quando il corpo non può farlo. Riprende a fare sport: prima il nuoto, poi il tennis. Dal 2006 al 2012 allena gruppi giovanili di pallacanestro, restituendo ai ragazzi un po’ del sogno che lui non ha potuto realizzare. Poi arriva la politica, che lo assorbe e gli dona un nuovo senso di utilità, soprattutto verso le persone con disabilità. “Oggi sono Responsabile dell’Ufficio Formazione e Tirocini del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL di Salerno. Sono Consigliere Comunale e delegato ANCI nella cabina di coordinamento della Prefettura per il monitoraggio dei progetti PNRR della città capoluogo”. Ora guarda avanti. Sogna di diventare Assessore alle Politiche Comunitarie e frequenta un master di II livello in Disability Management. Collabora con associazioni del territorio, costruisce eventi sociali, partecipa al gruppo parrocchiale Emmaus che promuove l’inclusione delle persone con disabilità nella diocesi.

Gianluca si reinventa ogni giorno. Vive della presenza degli amici che non lo hanno mai lasciato solo e dell’amore di sua nipote Carola, “una pennellata di colore su una tela grigia”. Abbraccia i suoi genitori, Giovanni e Maria Grazia, le sue colonne portanti: grazie a loro non si è mai sentito sbagliato, grazie a loro ha potuto accogliere la disabilità come una vita nuova da costruire, mattone dopo mattone. Gianluca è l’amico di tutti. È il ragazzo che scherza sulla tetraplegia perfino durante la fisioterapia. È l’uomo che entra nei negozi sempre con il sorriso e che tende la mano senza chiedere nulla in cambio. Fa parte di quella rara umanità che il dolore non piega ma scolpisce.

A volte lo si vede davanti al mare. Rimane lì, immobile, per ore, a guardare l’orizzonte. Forse tra le onde intravede il bambino biondo che correva nel cortile col Super Santos o il cestista che scatta in campo o il pilota che vola oltre i confini di un mondo troppo stretto e pieno di barriere. O forse sta semplicemente ringraziando quella vita che, anche da seduti, ha un fascino nuovo, sorprendente, quella vita che gli ha regalato la possibilità più incredibile di tutte: vivere una seconda volta.

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