
Fin da ragazzina Viola Di Caprio sognava di diventare un’attrice. Per lei il teatro è sempre stato espressione della sua creatività ma soprattutto della sua libertà. Aveva 16 anni quando i suoi genitori, entrambi professori, le concessero di andare a studiare in Francia. Viola lascia la sua città, Salerno, con un bagaglio pieno di sogni e con la leggerezza tipica degli adolescenti affamati di vita ed è lì che entra in contatto con una compagnia teatrale, specializzata in commedia dell’ arte, che organizzava laboratori di improvvisazione e maquillage teatrale nei licei. Viola sente di essere al suo primo giro di boa. Quell’estate in Francia le ha cambiato la vita, ha plasmato i suoi gusti, ha dato forma alle sue passioni. Il teatro diventa per lei una seconda casa. Torna in Italia innamorata del palcoscenico e di uno degli attori della compagnia. Ma è risaputo che a quell’ età gli amori sono fugaci.
Decide così di frequentare altri workshop teatrali: il suo obiettivo è formarsi e crescere come attrice. “Continuavo a studiare all’università. Ho sempre pensato che laurearmi potesse darmi la possibilità di avere un giorno un lavoro” normale”. Forse la paura di restare esternamente precaria ha risucchiato il coraggio di dedicarmi completamente al mondo che amo. Il bisogno di solidità e sicurezza ha superato le mie aspirazioni da attrice, un mestiere che, per quanto affascinante, mi spaventava”. Racconta così Viola il suo desiderio di stabilità mentre istinto e razionalità iniziano una lunga battaglia. Dopo anni di studio, trova un lavoro e timbra il cartellino dal lunedì al sabato. Una vita scandita da orari ben precisi, una routine che non le consente di fare provini né di partire per tournée. Sembrava arrivato il momento di accantonare il sogno.
Nel 2019 accade però qualcosa di inaspettato, il suo secondo giro di boa. Viola scrive un monologo sul T.S.O. e vince una menzione speciale al Premio Sipario Autori Italiani. Allestisce il suo primo spettacolo in veste di autrice, attrice e regista. Nel 2020, grazie a quello spettacolo, si aggiudica il premio come migliore attrice al Roma Fringe Festival. Viola entra in scena da sola. Sente l’eco della sua voce ma qualcosa le manca. Il teatro è un vuoto da riempire ed il confronto con gli altri è necessario per fare “il grande salto”. Scrive e porta in scena, con grazia ed ironia Un giardino in una stanza. Questa volta però non è sola. Con lei ci sono altri tre attori napoletani: Francesco Casandrino, Melina Merlino e Fabio Paesano. Quattro voci che viaggiano ad unisono, quattro personaggi che sdoganano il protocollo del dolore.
“Fare da regia ad altri attori mentre sei in scena è pesantissimo e molto complesso. Per fortuna ho due compagne di viaggio insostituibili: Francesca Romana Nascè, attrice e formatrice romana, che mi ha supportato e si è sostituita a me più volte e Sabina Lembo scenografa e tecnica instancabile e appassionata. Con loro ho capito che da soli si viaggia più velocemente ma insieme si va più lontano.” Il giardino simboleggia la natura viva, la stanza invece è quella di un ospedale. Dorotea è una malata terminale ricoverata in un hospice. A tenerla compagnia c’è la figlia Mia. Attendono la morte ma lo fanno attraverso l’occhio di chi sa cogliere le piccole gioie del momento, gli attimi di pura felicità. Sul palco si incontrano due mondi contrapposti: quello dell’ hospice rappresentato da Orfeo l’infermiere ossessionato dalla morfina e quello del policlinico rappresentato da Vito l’infermiere irriverente che con ilarità travolge ciò che era destinato ad un progressivo spegnimento.In un’ora di spettacolo si intrecciano temi profondi portati in scena con sofferta comicità: il complesso rapporto madre – figlia, la consapevolezza della morte, la scoperta della propria sessualità.
Viola riesce abilmente a fare convivere due forze: la vita comica e chiacchierona e la morte tragica e sorda. È al terzo giro di boa. Mentre si gode gli applausi di un pubblico attento e commosso sente il cuore battere forte e le mani sudare. Ed è proprio nell’inchino finale, quando ci si spoglia delle vesti del personaggio e si ritorna “persona”, che si ricongiungono le due vite di un attore. Cadono le maschere, la finzione cede il passo alla realtà. Viola sente che quello è il suo posto nel mondo e che quel sogno da bambina era troppo grande ed importante per restare chiuso in un cassetto.

( Foto di Gaetano Clemente)











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