Tradizione o crudeltà? Il caso della “Festa di Su Puddu” a Sedilo

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Di Christian Casola

Ieri, a Sedilo, in provincia di Oristano, si è tenuta la controversa “Festa di Su Puddu“, una manifestazione che vede i partecipanti a cavallo impegnati in un macabro gioco: decapitare polli appesi lungo il percorso. Un rito dalle origini medievali che ancora oggi trova spazio tra le celebrazioni popolari, nonostante le crescenti proteste da parte di associazioni animaliste e cittadini indignati.

L’evento, che affonda le sue radici in antiche tradizioni di coraggio e abilità equestri, continua a essere difeso da alcuni come parte integrante del patrimonio culturale sardo. Tuttavia, in un’epoca in cui la consapevolezza sul benessere animale è sempre più diffusa, è lecito chiedersi se simili pratiche abbiano ancora un posto nella società contemporanea. La sofferenza degli animali non può essere giustificata da un pretesto folkloristico. Il rispetto per la tradizione non dovrebbe mai prevalere sulla necessità di evolversi verso una cultura che consideri la vita animale degna di tutela. Molte festività in tutto il mondo hanno saputo reinventarsi senza perdere la loro essenza: è tempo che anche in Italia si faccia questo passo.

Su Puddu è una giostra tradizionale in cui i cavalieri devono percorrere un tratto sterrato cercando di strappare, con le mani, la testa del maggior numero possibile di galline o polli appesi a un filo lungo il percorso. Una pratica che ha suscitato forti critiche, in particolare da parte dell’animalista Rizzi, che la definisce «diseducativa, soprattutto perché viene osservata dai bambini». Ciò che desta maggiore indignazione, però, è il fatto che l’evento abbia ricevuto l’autorizzazione dalla prefettura, purché vengano utilizzati animali già morti. «Le istituzioni devono far rispettare le leggi. Lo Stato non può legittimare un simile orrore, ovvero l’uccisione di animali a scopo ludico», denuncia Rizzi.

Le associazioni animaliste e i cittadini più sensibili chiedono a gran voce che eventi di questo tipo vengano aboliti o trasformati in rievocazioni simboliche, senza l’impiego di animali vivi. Il folklore deve poter esistere senza infliggere sofferenza: la cultura di un popolo si misura anche dalla sua capacità di evolversi nel rispetto di tutti gli esseri viventi.

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