di Tiziano SIca
Per molti anni Beppe Carrella ha scritto libri che sembravano diversi. Uno su Pinocchio. Uno su Don Chisciotte. Poi Amleto, Don Giovanni, Faust. Persino i Beatles. Personaggi lontani nel tempo e nelle storie, apparentemente poco compatibili tra loro. Eppure, riletti oggi, sembrano tutti interrogare la stessa questione: che cosa significa guidare qualcuno — o anche soltanto se stessi — quando le regole non bastano più? Pinocchio è stato il personaggio della verità, ma soprattutto della responsabilità. Diventare “un bambino vero” significa, in fondo, accettare il costo delle proprie scelte.
Don Chisciotte ha portato invece il tema della visione: la capacità di vedere ciò che gli altri ancora non vedono. Con un rischio inevitabile. Perché senza un Sancio Panza accanto, anche la visione può trasformarsi in delirio. Poi è arrivato Amleto: l’intelligenza che analizza, dubita, comprende e proprio per questo rischia di non agire. Una figura sorprendentemente contemporanea in organizzazioni nelle quali, talvolta, l’eccesso di analisi diventa una forma elegante di immobilità.
Don Giovanni ha introdotto il desiderio, la seduzione, la capacità di trascinare gli altri. Una forza indispensabile per chi guida, ma anche un pericolo: confondere la relazione con il possesso. Con Faust entra in scena la conoscenza. Il desiderio di sapere sempre di più, di poter fare sempre di più, di superare ogni limite. Una storia antica che, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, acquista un’attualità quasi inevitabile. E poi i Beatles: quattro personalità fortissime capaci di produrre insieme qualcosa che nessuno di loro avrebbe potuto creare da solo. Un modo per ricordare che i grandi gruppi non nascono necessariamente dall’armonia, ma spesso dalla capacità di abitare differenze, conflitti e complementarità.
Per molto tempo questi personaggi hanno vissuto in libri separati. Poi è arrivata Antigone. Ed è a quel punto che il percorso sembra ricomporsi. I personaggi dei libri precedenti non appaiono più come modelli da imitare, ma come competenze incomplete. La visione di Don Chisciotte senza il dubbio di Amleto può diventare fanatismo. Il dubbio di Amleto senza capacità di azione si trasforma in paralisi. Il desiderio di Don Giovanni senza responsabilità diventa manipolazione. La conoscenza di Faust senza limite rischia di diventare hybris.
È da questa intuizione che nasce E poi… dieci. Non un manuale sulle dieci regole della leadership. Semmai il contrario. Nel libro, Sofia, una manager contemporanea, incontra Antigone, Creonte, Tiresia e gli altri personaggi che hanno accompagnato Carrella nel corso degli anni. Progressivamente entra in scena anche un’immagine molto più antica: l’Albero della Vita della Kabbalah, con le sue dieci Sephirot. Dieci dimensioni che, prese singolarmente, non bastano. Acquistano senso soprattutto nelle relazioni che le collegano.
È forse qui la sintesi dell’intero percorso. Non esiste il leader perfetto. Non esiste una competenza definitiva. E probabilmente non esiste neppure il modello manageriale capace di funzionare sempre. Esistono invece tensioni da abitare: visione e dubbio, desiderio e limite, ordine e disobbedienza, conoscenza e responsabilità. Riletti da questa prospettiva, Pinocchio, Don Chisciotte, Amleto, Don Giovanni, Faust e i Beatles sembrano non avere mai abitato libri diversi. Erano stanze della stessa casa. Con E poi… dieci, per la prima volta, tutte quelle porte vengono aperte contemporaneamente. E il risultato non è una nuova risposta sulla leadership. È, forse, una domanda più interessante: come tenere insieme tutte le nostre contraddizioni senza cercare di eliminarle?










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