Foce Irno, il mistero del vincolo pubblico: De Luca e Chechile ancora in trincea

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di  Angela Cappetta 

Svelato il mistero, la battaglia continua. Perché se da un lato la Procura di Salerno ha tolto ogni dubbio sulla “eventuale illegittimità” della procedura amministrativa che dal 1999 al 2022 ha azzerato a colpi di varianti il vincolo di destinazione d’uso pubblico dell’area di Foce Irno (in attesa della decisione definitiva del gip), dall’altro sul campo di battaglia – aizzato da Vincenzo De Luca lo scorso giugno contro la famiglia Chechile – non si intravedono né vincitori né vinti. Il sindaco di Salerno potrà gridare alla vittoria – probabile che lo farà durante la consueta diretta social del venerdì – per quanto riguarda la tanto dichiarata regolarità degli atti amministrativi che portano tutti la sua firma, però anche Armando Rocco Chechile potrà vantarsi di aver acquistato un’area libera vincoli e, dunque, legittimata ad essere oggetto di ipoteca (come quella da 27 milioni che ha iscritto qualche tempo fa). Resta però ancora un mistero nel mistero: se l’assenza del vincolo all’interno del contratto di compravendita dei lotti era conforme alla destinazione urbanistica di allora (quindi nessun falso in atto pubblico è stato commesso) perché la pm Bianca Rinaldi sottolinea nella richiesta di archiviazione che, qualora i vari atti di variante fossero stati impugnati o denunciati, si sarebbe potuto configurare il reato di abuso d’ufficio già a partire dal primo cambio di destinazione d’uso previsto nel Piano Regolatore del 1999? Il vincolo dunque della destinazione di uso pubblico ad aree verdi o parcheggi contenuto nell’atto di cessione dell’area dall’Italcementi al Comune di Salerno starebbe ancora in piedi se il reato di abuso d’ufficio non fosse stato abrogato nel 2024 e l’amministrazione comunale non avrebbe potuto venderla, soprattutto se si tiene conto – come ha accertato la Procura – che l’ente non avrebbe mai attivato la procedura di dismissione del patrimonio comunale che richiedeva una interlocuzione con l’allora Ministero dell’Industria. “Essendosi perseguita – invece – aggiunge la Procura – la diversa strada della modifica del vincolo attraverso meri atti di pianificazione urbanistica”. Da qui dunque “l’eventuale illegittimità della procedura seguita dal 1999” che però tiene con le mani legate entrambi i protagonisti di questa battaglia. I Chechile non potranno costruire residenze private, ma solo un secondo albergo e solo con la spada di Damocle che anche questa seconda struttura sia in realtà di proprietà pubblica e che dunque andrebbe restituita dopo una lunga gestione all’ente comunale e dopo aver sborsato 12 milioni di euro, mentre Vincenzo De Luca rischia di ritrovarsi nuovamente a dover affrontare un secondo round con i gestori del Grand Hotel che tanto avversa e critica in termini di bellezza, pulizia e decoro urbano: un ulteriore sfregio all’idea della sua Montecarlo del Sud che, tra la litoranea orientale e il nuovo progetto di via Vinciprova, vorrebbe vedere decollare quanto prima. Come finirà allora questa storia? Ci saranno tre alberghi nello spazio di una manciata di chilometri? Oppure i Chechile decideranno di abbandonare – almeno per il momento – il progetto di realizzare una seconda struttura ricettiva e l’area di Foce Irno resterà così com’è attualmente? Intanto si attende l’udienza di merito del prossimo 3 dicembre quando i magistrati del Tar dovranno decidere se l’ordinanza di chiusura dell’albergo progettato da Nicola Pagliara e disposta ad agosto dal sindaco è legittima o meno.  Prima di allora non si muoverà nulla. Né al Grand Hotel né nell’area alla foce dell’Irno.

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