Chi cura il Ruggi?

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di Luigi Cerciello

Il Pronto Soccorso dell’Azienda Ospedaliera Universitaria “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” continua a rappresentare una delle principali criticità della sanità salernitana. Da settimane l’Azienda è impegnata nella ricerca urgente di nuovi medici, arrivando a pubblicare avvisi rivolti anche agli specializzandi, mentre gli ultimi concorsi hanno confermato quanto sia ormai difficile reperire professionisti disposti a lavorare nell’emergenza-urgenza. Nel frattempo il personale già in servizio è chiamato a sostenere turni sempre più gravosi e, in molti casi, a garantire prestazioni aggiuntive pur di evitare scoperture che potrebbero compromettere la continuità dell’assistenza. Le organizzazioni sindacali denunciano da tempo un Pronto Soccorso alle prese con sovraffollamento, lunghe attese, pazienti costretti a rimanere per ore, e talvolta per giorni, prima di trovare un posto letto, e un carico di lavoro sempre più pesante. A questo si aggiunge una criticità che potrebbe sembrare secondaria ma che, nella quotidianità, pesa enormemente sull’organizzazione del lavoro: la cronica mancanza di parcheggi. Medici, infermieri, operatori socio-sanitari, personale amministrativo e lavoratori interinali sono spesso costretti a perdere tempo prezioso nella ricerca di un posto auto, parcheggiando anche a notevole distanza dall’ospedale. Un disagio che aumenta lo stress psicofisico di chi affronta già turni estremamente impegnativi e che può incidere anche sulla puntualità dei cambi turno. L’abolizione del pagamento del parcheggio per i dipendenti rappresenta un risultato positivo, ma non risolve il problema principale: gli spazi disponibili restano insufficienti. Fa riflettere anche la vicenda del Covid Center, realizzato durante la pandemia con milioni di euro di denaro pubblico e con la sottrazione di un’area precedentemente destinata anche ai parcheggi. Una struttura che, per la finalità con cui era stata progettata, non risulta aver svolto il ruolo originariamente previsto e che oggi alimenta una domanda inevitabile: quel denaro pubblico non avrebbe potuto essere impiegato per rafforzare il Pronto Soccorso, assumere personale, aumentare i posti letto o migliorare le condizioni di lavoro degli operatori sanitari? A poche centinaia di metri dall’attuale presidio è intanto in costruzione il nuovo Ruggi, destinato a diventare una struttura moderna e tecnologicamente avanzata. Si tratta di un investimento importante, ma sarebbe un errore pensare che un ospedale nuovo possa, da solo, risolvere problemi che riguardano soprattutto le persone e l’organizzazione. Un ospedale non è fatto soltanto di cemento e tecnologie: è fatto prima di tutto da medici, infermieri, operatori sanitari, tecnici e personale amministrativo. Se gli organici restano insufficienti e chi lavora è costretto ogni giorno a operare sotto una pressione continua, anche la struttura più moderna rischia di non esprimere mai il proprio potenziale. C’è poi un’altra riflessione che merita attenzione. In una professione così delicata non bastano preparazione tecnica ed esperienza. Chi lavora in un ospedale entra ogni giorno in contatto con persone fragili, impaurite e sofferenti. Per questo motivo sarebbe opportuno affiancare alle tradizionali selezioni professionali strumenti capaci di valutare e valorizzare anche le qualità attitudinali e relazionali: senso del dovere, responsabilità, equilibrio, capacità di lavorare sotto pressione, rispetto della dignità del paziente, empatia e capacità di comunicare con chi vive uno dei momenti più difficili della propria vita. La qualità dell’assistenza dipende infatti non solo dalle competenze tecniche, ma anche dalle qualità umane di chi è chiamato a prendersi cura delle persone. La situazione del Ruggi richiama inoltre una riflessione più ampia. Quando la gestione della sanità è stata progressivamente affidata alle Regioni, l’obiettivo dichiarato era quello di rendere il sistema più efficiente, più vicino ai cittadini e meno costoso. Oggi, dopo anni di applicazione di quel modello, è legittimo chiedersi se quei risultati siano stati davvero raggiunti. Le profonde differenze tra i sistemi sanitari regionali, le difficoltà organizzative che emergono in molte realtà e le numerose inchieste che negli anni hanno interessato diverse aziende sanitarie italiane dimostrano che il dibattito è ancora aperto. Il nuovo ospedale rappresenta certamente una grande opportunità, ma non dovrà diventare l’illusione che bastino muri nuovi per risolvere problemi che nascono dalla carenza di personale, dall’organizzazione e dalla programmazione. La vera sfida sarà riempire quella struttura di professionalità, competenze, responsabilità e condizioni di lavoro dignitose, perché la qualità della sanità non si misura dalla bellezza di un edificio ma dalla capacità di garantire ai cittadini cure tempestive, sicure ed efficaci. Ed è proprio questa la domanda che oggi molti salernitani si pongono: chi cura davvero il Ruggi?

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