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Salerno, la vittoria che non sfonda. De Luca conquista Palazzo di Città, ma i numeri raccontano una “vittoria pirrica”

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di Riccardo Pucciarelli

Vincere è vincere. In politica, come nello sport, basta un voto in più dell’avversario per tagliare il traguardo davanti a tutti. E sotto questo profilo non vi sono dubbi: Vincenzo De Luca ha conquistato la guida del Comune di Salerno, tornando sulla scena amministrativa cittadina con il 57% dei consensi personali e trascinato dalle liste a lui collegate al 59%. Tuttavia, dietro il dato formale della vittoria si nasconde una realtà politica assai meno trionfale di quanto gli slogan della notte elettorale possano lasciare intendere. Perché se è vero che De Luca ha vinto, è altrettanto vero che non ha stravinto. Anzi, i numeri raccontano una progressiva erosione del consenso che rende questa affermazione elettorale molto più simile a una vittoria pirrica che a un trionfo politico. L’elemento più significativo emerge dal paragone con le precedenti amministrative del 2021. Allora il candidato sindaco era Vincenzo Napoli, amministratore esperto ma certamente privo del carisma, della forza comunicativa e della popolarità personale che hanno caratterizzato per decenni la figura di De Luca. Eppure il risultato ottenuto oggi dal nuovo sindaco coincide sostanzialmente con quello raggiunto da Napoli cinque anni fa: poco più del 57% dei voti personali. Un dato che dovrebbe indurre a una riflessione politica profonda. Se il leader più influente della storia recente salernitana ottiene esattamente la stessa percentuale raccolta da un suo successore politicamente molto meno “pesante”, significa che il valore aggiunto della sua candidatura non si è tradotto in un incremento elettorale significativo. Non solo. Nel 2021 le liste della coalizione avevano superato il 62%; oggi si fermano al 59%. Una perdita di circa tre punti percentuali che conferma come il blocco politico che governa Salerno da oltre trent’anni non sia riuscito ad ampliare il proprio bacino elettorale, ma anzi abbia registrato un arretramento. Il dato più eloquente emerge però dal confronto con l’ultima volta in cui De Luca si candidò personalmente a sindaco di Salerno. Nel 2011 la sua affermazione assunse i contorni di un vero e proprio plebiscito: il consenso personale raggiunse il 74%, un risultato che certificava una leadership quasi incontrastata e una capacità di attrazione elettorale ben oltre i confini del proprio schieramento. Oggi quello stesso leader si ferma al 57%. La differenza è di circa 17 punti percentuali. Un calo enorme per qualsiasi protagonista politico e ancora più significativo se riferito a una figura che per decenni è stata considerata il principale motore elettorale del centrosinistra salernitano. Si potrebbe obiettare che sono trascorsi molti anni, che il quadro politico è mutato e che i confronti storici hanno sempre un valore relativo. È vero. Ma resta il fatto che proprio De Luca aveva costruito la propria forza politica sulla capacità di ottenere risultati personali superiori a quelli della coalizione, fungendo da autentico traino elettorale. Questa volta non è accaduto, ed è stato trainato. Per molti anni il “modello De Luca” è stato identificato con una caratteristica precisa: il candidato otteneva più voti delle liste e trascinava l’intera coalizione verso percentuali superiori a quelle che avrebbe raccolto autonomamente. Oggi il quadro appare diverso. Il consenso personale del leader non cresce rispetto al passato recente e il sistema politico che lo sostiene perde terreno rispetto alle precedenti amministrative. Non si tratta di una sconfitta, ma certamente di un’inversione di tendenza rispetto alla stagione dei plebisciti e delle affermazioni schiaccianti. Per un politico di lungo corso come De Luca, abituato a leggere i numeri ben oltre le dichiarazioni ufficiali, questi segnali non possono essere ignorati. C’è poi un aspetto simbolico che merita attenzione. Al di là dell’entusiasmo dei sostenitori e della narrazione celebrativa dei fedelissimi, la reazione dello stesso De Luca sembra aver raccontato una storia diversa. Nessuna lunga intervista a caldo. Nessuna passerella trionfale verso Palazzo di Città. Nessuna di quelle immagini che avevano accompagnato le sue precedenti vittorie elettorali. Girano voci che sia arrabbiato con alcuni suoi “fedelissimi”, non sappiamo se sia vero, ma sarebbe comprensibile. Un atteggiamento inconsueto per chi, in passato, aveva vissuto e rappresentato pubblicamente ogni successo politico come la consacrazione di un rapporto diretto con la città. Questa volta il copione è stato differente. La sensazione è quella di una vittoria accolta con soddisfazione ma senza euforia, quasi con la consapevolezza che il risultato ottenuto non corrisponda alla forza organizzativa e politica messa in campo. Naturalmente nessuno può contestare il verdetto delle urne. De Luca sarà sindaco perché la maggioranza dei cittadini ha scelto lui. E in democrazia questo è l’unico dato decisivo. Ma la politica non vive soltanto di vittorie e sconfitte formali. Vive anche di tendenze, di rapporti di forza, di capacità di espansione del consenso. Da questo punto di vista il voto salernitano consegna un messaggio meno rassicurante di quanto appaia. Il 57% rappresenta certamente una maggioranza ampia, ma non il plebiscito che molti prevedevano considerando il peso politico del candidato, la struttura organizzativa mobilitata e il confronto con un’opposizione frammentata. Rispetto al 74% del 2011 il ridimensionamento è evidente. Rispetto al 2021 non vi è alcun avanzamento significativo. Rispetto alle liste si registra addirittura un arretramento. Per questo la definizione di “vittoria pirrica” non appare fuori luogo. Perché il successo è arrivato, ma al prezzo di una consistente perdita di consenso rispetto all’apice della propria parabola politica. De Luca ha vinto. I numeri, però, suggeriscono che abbia vinto meno di quanto lui stesso si aspettasse. E forse proprio per questo la notte elettorale non ha avuto il sapore delle grandi celebrazioni del passato. Una vittoria c’è stata. Ma è stata una vittoria sommessa. Una vittoria che apre interrogativi più che chiuderli. Una vittoria che, paradossalmente, racconta anche una perdita. In una formula: De Luca ha vinto, perdendo.

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