
di Guido Mastroianni
Dalle radici soul all’esperienza di Amici, passando per Whitney Houston, il teatro, la Disney e il progetto Cantautori: la cantante si racconta ad Arte in Talk, il podcast itinerante di Arte in Movimento, disponibile su tutte le piattaforme di streaming.
C’è una voce che ha conquistato il pubblico italiano per potenza, intensità e capacità interpretativa, ma dietro quella voce c’è soprattutto una donna che ha scelto di non scendere a compromessi con la propria identità artistica. Karima, cresciuta a Livorno ascoltando i grandi della musica internazionale, ha costruito il suo percorso tra soul, jazz, televisione, musical e progetti discografici che guardano alla tradizione della canzone italiana. Il grande pubblico l’ha conosciuta grazie ad Amici, ma la sua storia professionale non si esaurisce nell’esperienza televisiva. Dall’amore infantile per Whitney Houston fino alla possibilità di aprire i suoi concerti in Italia, dal ruolo da protagonista in The Bodyguard alla voce di Tiana nel mondo Disney, Karima ha attraversato esperienze diverse mantenendo un rapporto molto personale con la musica.
Che cos’è l’arte per te?
«Per me l’arte è tutto ciò che emoziona. È tutto ciò che ti ricorda di essere vivo e ti regala delle emozioni. Credo che, in fondo, sia proprio questa la sua funzione: riuscire a toccare qualcosa dentro di noi, farci sentire e riconoscere una parte di noi stessi».
Sei nata a Livorno, in una famiglia in cui la musica era una presenza importante. Come è nata la tua passione per il soul, il jazz e la musica black?
«Ho avuto la fortuna di crescere con una mamma che aveva una grandissima passione per la musica. Ho un’immagine molto precisa della mia infanzia: io sdraiata per terra a colorare, mentre in casa suonavano i vinili. Ascoltavamo i Police, Neil Young, Jesus Christ Superstar e soprattutto Bob Marley, che era uno dei suoi preferiti. Sono cresciuta ascoltando bella musica, anche se nessuno nella mia famiglia faceva il musicista di professione. Non sono figlia d’arte: sono figlia di una donna che amava profondamente la musica».
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che avresti voluto cantare?
«Avevo circa otto anni quando alla radio passò Greatest Love of All di Whitney Houston. Rimasi folgorata dalla sua voce. Ricordo che corsi da mia mamma e le dissi: “Mamma, io voglio cantare come lei”. All’epoca non sapevamo ancora chi fosse la cantante. Bisognava aspettare la fine del brano per sentirne annunciare il nome, quindi cominciammo a cercare informazioni. Poi arrivò il film The Bodyguard e il mio amore per Whitney diventò ancora più forte. Passavo le giornate ad ascoltarla e a ricantare le sue canzoni. Successivamente ho scoperto Stevie Wonder e Mariah Carey, e da lì si è aperto tutto un mondo musicale che ho continuato a esplorare».
Whitney Houston è rimasta un riferimento fondamentale nella tua vita. Nel 2010 hai persino aperto i suoi concerti in Italia. Che cosa hai provato?
«È stato un sogno che si realizzava. Da ragazzina ero andata a vedere Whitney Houston grazie a una sorpresa di mia sorella: avevo circa tredici o quattordici anni. Mi ricordo di aver pensato che mi ero innamorata della persona giusta. Anni dopo, nel 2010, ho avuto la possibilità di aprire i suoi concerti in Italia, a Roma e a Milano. Vedere i cartelloni con scritto “Whitney Houston, opening act Karima” era qualcosa di incredibile. Non avrei mai immaginato che sarebbe potuto succedere davvero. Greatest Love of All, il brano con cui l’avevo scoperta, è diventato il mio cavallo di battaglia. L’ho portato ai provini, a Bravo, Bravissimo, ad Amici e in tante altre occasioni. È stato il mio portafortuna».
Hai una voce straordinaria, ma quando hai capito di avere un talento particolare?
«Ho cominciato a rendermi conto delle mie capacità soprattutto attraverso le reazioni degli altri. Quando partecipai a Bravo, Bravissimo ero una bambina e avevo già una voce molto potente. Ricordo lo stupore delle persone che mi ascoltavano. Mi dicevano spesso che interpretavo le canzoni come una donna che aveva già vissuto tante esperienze. Le persone si commuovevano, a volte fino alle lacrime, anche se io ero ancora piccolissima. Probabilmente riuscivo a trasmettere un sentimento che andava oltre la mia età».
Hai interpretato Whitney Houston anche a teatro, nel musical The Bodyguard. Avevi paura del confronto con un’artista così grande?
«Mi è capitato spesso che mi chiedessero se temessi il paragone con Whitney. Per me, però, lei è Whitney: è lassù e non c’è nessun’altra. Non ho mai pensato di doverla imitare o sostituire. Quello che volevo fare era onorarla, ricordarla attraverso la musica. Io non canto mai un brano esattamente nello stesso modo: ogni concerto è diverso, perché cambiano le emozioni, il vissuto e il modo in cui interpreto una canzone. Credo che Whitney non sia stata ricordata sempre come avrebbe meritato. Troppo spesso, quando si è parlato di lei, l’attenzione si è concentrata sulle sue fragilità e sulle sue dipendenze, dimenticando che era una delle voci più importanti della storia del pop mondiale. Artisti come lei, Michael Jackson o Amy Winehouse avevano un talento enorme, ma anche una sensibilità e una fragilità che avrebbero richiesto una protezione particolare. Il successo porta con sé un carico emotivo molto pesante e non sempre le persone che circondano questi artisti sono in grado di sostenerli».
Che cosa ti ha lasciato l’esperienza del musical?
«È stata un’esperienza bellissima, ma anche molto faticosa. Ho fatto circa cinquanta repliche in tre mesi e sul palco dovevo cantare, ballare e recitare. Era un impegno completamente diverso da quello di una cantante che si esibisce con il proprio repertorio. Ho capito che la vocalità del musical segue regole differenti. Ci sono esigenze produttive precise e alcune parti devono essere riconoscibili; quindi, non puoi concederti sempre la stessa libertà interpretativa che hai in un concerto personale. Io, quando potevo, mi divertivo a sperimentare variazioni vocali, ma in uno spettacolo bisogna rispettare anche una struttura. È stata una grande scuola e mi ha fatto capire quanto siano diversi due mestieri che, dall’esterno, possono sembrare molto simili».
Sono passati circa vent’anni dalla tua esperienza ad Amici. Che cosa rappresenta oggi quel percorso?
«Per me Amici è stato un modo per arrivare al grande pubblico. Quando sono entrata nel programma avevo già una mia identità musicale, venivo dal jazz e avevo già fatto tanta gavetta. Non sono arrivata lì per scoprire che cosa volessi fare: lo sapevo già. Volevo utilizzare quella visibilità per continuare a fare la mia musica, raggiungendo un pubblico più ampio. Non ho mai pensato che dovessi necessariamente trasformarmi in un’altra artista per avere successo».
La tua esperienza si è conclusa con un secondo posto che ancora oggi molti ricordano. Hai vissuto quella finale come un’ingiustizia?
«È stata una serata molto difficile. Durante il percorso avevo percepito alcuni limiti e mi ero resa conto che non sempre riuscivo a portare in televisione i brani che sentivo più miei. Avevamo preparato determinati pezzi, coreografie e cavalli di battaglia, ma in finale ci furono cambiamenti che non mi aspettavo. Io avevo lavorato molto per far conoscere al pubblico un certo tipo di musica, con brani come Don’t You Worry ‘bout a Thing e Georgia on My Mind di Ray Charles. Avevo parlato anche con gli autori, perché sapevo che le mie scelte musicali erano più difficili da proporre in televisione. Avevo paura che fossero considerate troppo di nicchia. Alla fine, mi sono sentita penalizzata dalla gestione delle esibizioni e dalle possibilità che mi venivano date. Ero giovane, avevo vent’anni e non avevo ancora gli strumenti per gestire una situazione del genere. Durante la finale sono scoppiata a piangere e non riuscivo a smettere. È stato un momento molto forte, anche perché percepivo la reazione del pubblico in studio».
Nonostante quella delusione, il messaggio musicale che volevi trasmettere è arrivato?
«Sì, ed è la cosa che mi ha dato più soddisfazione. Dopo il programma tantissime persone mi hanno scritto per ringraziarmi di aver fatto conoscere loro quella musica. Con il tempo ho capito che ciò che ascoltiamo in radio o vediamo in televisione non coincide necessariamente con quello che il pubblico desidera. A volte è semplicemente ciò che viene scelto dall’alto e proposto come se fosse l’unica possibilità. Io credo che, se offri alle persone qualcosa di bello, loro siano in grado di riconoscerlo. Non bisogna sempre pensare che il pubblico voglia soltanto ciò che è facile o immediato. Per questo sono contenta di aver insistito su un repertorio in cui credevo».
Hai rifiutato anche alcune opportunità professionali per rimanere fedele alla tua identità. È stato difficile dire di no?
«Molto. Ho detto di no a proposte importanti, anche televisive, perché sentivo che non erano la mia strada. Mi è capitato di rifiutare progetti che avrebbero potuto darmi maggiore visibilità, ma non mi ci riconoscevo. Per me è fondamentale credere nella storia che scelgo di raccontare. Se non sono la prima a crederci, come posso convincere gli altri? Non mi sarei vista a interpretare un tormentone estivo, magari con un’immagine costruita per funzionare nelle piazze o sui social. Non sarei stata io. È stato un percorso difficile, proprio perché ho dovuto rinunciare a occasioni che, sulla carta, potevano sembrare convenienti. Ma credo che la coerenza abbia un prezzo e che, se vuoi fare un certo tipo di musica, tu debba essere disposto a pagarlo».
Il tuo percorso ti ha portata anche nel mondo Disney, dove hai dato voce alla principessa Tiana. Che esperienza è stata?
«È stato bellissimo. Mi sono divertita moltissimo a lavorare a quel progetto e ho un legame speciale con Tiana. È stata la prima principessa Disney nera e per me ha rappresentato un’esperienza molto importante. Quando ho finito, avevo persino chiesto di essere richiamata per altri lavori. Mi avevano spiegato che le voci delle principesse dovevano rimanere riconoscibili e che, proprio per questo, non avrei potuto interpretare altri personaggi dello stesso tipo. Poi, però, sono stata coinvolta anche in un altro progetto Disney, cantando nel film Mufasa. È stata una bella sorpresa e una conferma del rapporto che si è creato con quel mondo».
A diciassette anni hai conosciuto tuo padre, con cui non eri cresciuta. Che cosa ha significato quell’incontro?
«È stato come guardarmi allo specchio. Fisicamente eravamo identici, due gocce d’acqua. Ritrovare in lui tanti miei tratti è stato qualcosa di molto particolare, perché all’improvviso riuscivo a vedere da dove provenivano alcune caratteristiche che avevo sempre considerato soltanto mie. Il nostro rapporto, però, non è stato semplice. Io sono una donna che fa un lavoro pubblico, salgo sul palco, scelgo come vestirmi e come presentarmi. Mio padre era musulmano e c’erano differenze culturali e personali che rendevano alcune cose complicate. Lui ha sempre apprezzato molto il mio lavoro, ma capisco che potesse vivere delle difficoltà legate anche al contesto familiare e alle aspettative del suo mondo. Con il tempo siamo riusciti a trovare un equilibrio migliore. Quando sono diventata mamma e lui nonno, il rapporto è cambiato e siamo cresciuti entrambi. Purtroppo mio padre è morto quattro anni fa in un incidente stradale. È stata una disgrazia, anche perché era ancora giovane».
Come vivi il rapporto con tua figlia, conciliando la maternità con il lavoro artistico?
«Sono una mamma molto presente, anche quando sono fisicamente lontana per lavoro. Mia figlia è una bambina emotivamente e psicologicamente molto intelligente e ho la fortuna di avere accanto un marito molto presente, che mi ha sostenuta fin dall’inizio. Ho ricominciato a cantare quando lei aveva appena un mese e mezzo. All’inizio la portavo spesso con me: la allattavo in camerino, andavo e venivo dal palco e cercavo di organizzare il lavoro intorno alle sue esigenze. Lei ha anche un grande talento musicale, ma per il momento non vuole fare della musica il suo lavoro. Ha partecipato allo Zecchino d’Oro e suona il basso elettrico, ma io cerco di non insistere. Più le chiedo di cantare, più tende a tirarsi indietro. Voglio lasciarle la libertà di capire che cosa desidera davvero».
Nel panorama musicale contemporaneo ti sembra che manchi qualcosa rispetto al passato?
«Sì, penso che oggi la musica sia diventata, in molti casi, più piatta. Ho letto tempo fa una riflessione del giornalista Gino Castaldo che mi è rimasta impressa: si è perso il fuoco. Penso ai Beatles, ai Nirvana e a tanti artisti che non scrivevano necessariamente una canzone per diventare popolari o guadagnare. Facevano musica perché avevano qualcosa dentro da esprimere. La creatività partiva da un’urgenza personale, da una necessità autentica. Oggi mi sembra che spesso il primo pensiero sia capire che cosa possa funzionare in radio o diventare popolare. È cambiata la radice da cui nasce la musica. Io canto da ventiquattro anni e studio da ventitré. Non ho mai smesso di studiare, perché credo che nell’arte non esista un punto d’arrivo. Siamo esseri umani in continua evoluzione e anche il modo in cui interpretiamo una canzone deve cambiare con noi. Greatest Love of All non la canto oggi come la cantavo da bambina, né come la cantavo a vent’anni o a venticinque. Il vissuto cambia e cambia anche il modo di raccontare una storia attraverso la voce».
Il tuo progetto discografico Cantautori nasce dal desiderio di riscoprire il patrimonio musicale italiano.
«Sì, il progetto è nato dal desiderio di ricordarci chi siamo e da dove veniamo musicalmente. Ho voluto reinterpretare brani di grandi autori italiani, dando loro una veste personale e portandoli dentro il mio mondo sonoro. È un modo per valorizzare canzoni che fanno parte della nostra storia, ma che possono continuare a vivere attraverso nuove interpretazioni. Non voglio semplicemente riproporle: mi interessa capire che cosa possono raccontare oggi attraverso la mia voce».
Hai già pensato a un secondo volume? Quali autori vorresti inserire?
«Mi piacerebbe assolutamente farlo. Durante i concerti ci siamo resi conto che ci sono tanti autori che vorremmo esplorare. Penso a Franco Battiato, Ivano Fossati, Gino Paoli, Bruno Lauzi e Tenco. C’è ancora molto da raccontare e da reinterpretare. Inoltre, mi piace particolarmente cantare brani scritti da uomini. È una scelta che avevo fatto anche con No Filter, nel 2021, quando mi ero confrontata con repertori internazionali di artisti come Eric Clapton, Lorde, i Beatles e James Taylor. Quando canto una canzone scritta e interpretata originariamente da un uomo, mi sento più libera di introdurre variazioni personali, con una sensibilità e un suono che sono miei. Mi piace dare un volto femminile nuovo a qualcosa che nasce da un’altra prospettiva».
Se potessi tornare indietro e incontrare la Karima che stava per entrare ad Amici, che cosa le diresti?
«Le direi di avere più fiducia in se stessa e di non dimenticare mai il suo fuoco interiore. Sono cresciuta in una famiglia in cui ho avuto tanto sostegno emotivo da mia mamma, ma non ho avuto un sostegno economico che mi permettesse di arrivare facilmente dove volevo. Ho fatto molta fatica. Sono arrivata fin qui grazie alla dedizione, alla passione, ai sogni e alla scelta di mettere la musica davanti a tante altre cose. Quando mi riguardo ad Amici, penso a quanto fossi libera. Mi sentivo la migliore di tutti, mi sentivo bella e non conoscevo ostacoli. Non parlo dell’aspetto fisico, ma della sicurezza con cui salivo sul palco. Avevo un’energia istintiva, grezza, ma proprio per questo autentica. Poi, crescendo, impari a confrontarti con il mondo, con i parametri degli altri e con le aspettative che ti vengono imposte. A volte rischi di perdere quella spontaneità, perché cerchi di adattarti a dinamiche che non ti appartengono. Vorrei ricordarmi di non perdere quella parte di me. Quella Karima non aveva ancora studiato canto in modo approfondito: quello che faceva arrivava dalla pancia e dalla vita vissuta. Vorrei continuare a custodire quella libertà, perché non è qualcosa di sbagliato. È una parte vera di me».









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