La chiusura annunciata per il 16 novembre riaccende la protesta. Italia Domani – Marco Rizzo e AILA ETS APS chiedono un confronto urgente con il Prefetto: «La sicurezza non si garantisce chiudendo, ma investendo». Nel mirino anche i disagi legati alla viabilità, le distanze dagli ospedali alternativi e il futuro dell’Ospedale dell’Immacolata. Il conto alla rovescia è iniziato e, con la data del 16 novembre 2026 indicata per la chiusura del Punto nascita dell’Ospedale dell’Immacolata, cresce la preoccupazione per il futuro dell’assistenza alle partorienti nel Golfo di Policastro. Cosa significa garantire il diritto alla salute quando la distanza dai principali presidi ospedalieri rischia di trasformarsi in un ostacolo concreto all’accesso alle cure? È su questo interrogativo che si concentra la presa di posizione congiunta di Italia Domani – Marco Rizzo e AILA ETS APS, nel loro comunicato stampa ufficiale, che chiedono alle istituzioni di non considerare la vicenda una semplice questione di parametri amministrativi, ma di valutarne fino in fondo le conseguenze per le donne, i neonati e le famiglie. Antonio Criscuolo, coordinatore regionale di Italia Domani, Ada Orsatti, presidente di AILA ETS APS, e Amedeo Auriemma, responsabile del Dipartimento Sanità pubblica e privata di Italia Domani per la provincia di Salerno, annunciano la presentazione, lunedì 26 ottobre, di una richiesta ufficiale di incontro al Prefetto, con l’obiettivo di aprire un confronto con gli enti competenti e individuare tutte le soluzioni legittimamente percorribili per scongiurare la chiusura. La loro posizione è netta: il Punto nascita deve restare aperto, purché siano garantite tutte le condizioni organizzative, professionali e cliniche necessarie alla sicurezza di madri e bambini. La denuncia chiama in causa soprattutto le caratteristiche geografiche e infrastrutturali di un’area periferica della provincia di Salerno, nella quale raggiungere un presidio alternativo può diventare un percorso complesso. Il trasferimento delle partorienti verso altre strutture, tra cui l’ospedale di Vallo della Lucania, impone infatti una valutazione concreta dei tempi di percorrenza, delle condizioni della viabilità e della gestione delle emergenze. Cantieri, restringimenti stradali, sensi unici alternati, traffico e maltempo possono incidere sulla possibilità di raggiungere tempestivamente l’assistenza ospedaliera. Non basta, dunque, ragionare sulle distanze chilometriche o sui tempi medi teorici: occorre verificare cosa accadrebbe in situazioni reali, considerando anche i tempi necessari per attivare i soccorsi e prendere in carico la paziente. A rendere ancora più delicata la questione è la condizione delle persone più fragili. «Come AILA non difendiamo un numero, difendiamo persone», afferma Ada Orsatti, richiamando l’attenzione sulle donne con disabilità, sulle gravidanze difficili e su chi deve affrontare ulteriori ostacoli per raggiungere una struttura sanitaria. «Dire a una donna di Sapri e del Golfo di Policastro di mettersi in macchina per 80 chilometri per partorire non è sicurezza, è abbandono», denuncia la presidente dell’associazione, sottolineando come un viaggio lungo e complesso possa rappresentare un rischio aggiuntivo per le donne in carrozzina, non vedenti o con patologie croniche, oltre che una fonte di forte preoccupazione per le famiglie. «La sicurezza non si garantisce chiudendo, ma investendo. Il Golfo di Policastro non chiede privilegi, chiede equità», è la posizione espressa da Orsatti, che individua nella tutela delle persone più vulnerabili uno dei punti centrali della battaglia per mantenere il servizio. La protesta, tuttavia, non ignora il quadro giudiziario e i requisiti previsti dalla normativa sanitaria. I promotori dichiarano di voler rispettare la pronuncia del TAR, chiedendo però che siano approfondite le motivazioni della decisione, le eventuali deroghe previste dalla legge e tutti i margini d’intervento compatibili con il quadro normativo. Il nodo, sostengono, è evitare che il rispetto delle regole si traduca nell’impossibilità di cercare soluzioni alternative, senza naturalmente rinunciare agli standard di sicurezza clinica. Per questo chiedono chiarimenti sulle risorse umane e tecnologiche necessarie, sulla disponibilità del personale, sui protocolli per le emergenze ostetriche e neonatali e sull’effettiva capacità di garantire un’assistenza adeguata. Un eventuale servizio ostetrico attivo 24 ore su 24, avvertono, non può essere considerato automaticamente equivalente a un Punto nascita pienamente operativo: occorre sapere quali prestazioni saranno garantite, quali emergenze potranno essere affrontate e quali trasferimenti si renderanno necessari. Sullo sfondo c’è anche il destino complessivo dell’Ospedale dell’Immacolata. La perdita di una funzione strategica come il Punto nascita solleva interrogativi sull’organizzazione dei reparti, sulla capacità di attrarre e trattenere professionisti e sulla tenuta futura dell’offerta sanitaria. Italia Domani e AILA chiedono quindi garanzie documentate sugli altri servizi, sulle risorse assegnate e sugli interventi programmati, per evitare che le comunità periferiche debbano assistere a un progressivo ridimensionamento delle prestazioni disponibili. La richiesta di incontro al Prefetto rappresenta ora il primo passaggio istituzionale di una mobilitazione che punta a ottenere risposte concrete, valutazioni trasparenti e tempi certi. «Non chiediamo di derogare alla sicurezza. Chiediamo di costruirla, mettendo a disposizione le risorse necessarie e verificando le soluzioni praticabili», è il messaggio conclusivo di Amedeo Auriemma e degli altri promotori. La questione di Sapri va oltre la sorte di un singolo reparto: investe il rapporto tra programmazione sanitaria e diritto dei cittadini a ricevere cure accessibili, indipendentemente dal luogo in cui vivono.












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