
Quasi un anno di attesa per una visita di controllo dopo aver affrontato un tumore al seno, la chemioterapia e una mastectomia. È la storia di Carolina, che riporta al centro dell’attenzione il problema delle liste d’attesa nella sanità campana e le difficoltà che i pazienti incontrano nell’accedere a controlli ed esami diagnostici.
Le date parlano chiaro: impegnativa del 1° ottobre 2026, appuntamento fissato al 30 settembre 2027. Quasi dodici mesi per una visita di controllo nell’ambito di un percorso oncologico che, anche dopo le cure principali, richiede attenzione e monitoraggio costante. Carolina racconta la sua esperienza con amarezza, ma anche con la forza di chi ha già affrontato una battaglia ben più dura e oggi si ritrova a fare i conti con un altro ostacolo: riuscire a ottenere una prestazione sanitaria in tempi adeguati. La sua provocazione è amara: «Bisogna avere pazienza, non avere fretta e, soprattutto, riuscire a stare bene abbastanza a lungo da arrivare all’appuntamento». Una battuta che nasconde una questione tutt’altro che divertente: cosa succede quando l’attesa rischia di diventare un ostacolo alla tutela della salute? Carolina ha scoperto di avere un tumore al seno quattro anni fa. Il percorso terapeutico è stato lungo e complesso: circa otto mesi tra chemioterapia e intervento chirurgico, seguiti da ulteriori terapie biologiche protratte per almeno un anno e mezzo. Oggi sono trascorsi tre anni dalla fase più dura delle cure, ma il percorso sanitario non è finito. Carolina continua a sottoporsi a controlli periodici e segue una terapia ormonale che comporta ulteriori conseguenze sulla sua salute, tra cui problemi legati alla fragilità ossea e al rischio di osteoporosi. «Ogni sei mesi sono in follow-up», spiega, riferendosi alla frequenza con cui deve sottoporsi alle visite di controllo. Racconta di aver sempre cercato di organizzarsi per tempo, prenotando esami e visite. Questa volta, però, le cose sono andate diversamente: si è curata ad Avellino, è stata operata a Milano e ha tentato di effettuare alcuni controlli a Salerno, incontrando difficoltà nelle prenotazioni. «Quando un paziente cerca di organizzare il proprio percorso di cura, il sistema dovrebbe aiutarlo a trovare una strada praticabile, non costringerlo a rincorrere appuntamenti e informazioni», sottolinea. Carolina chiarisce che, per quella specifica visita, non riteneva di trovarsi in una situazione di particolare urgenza. Avrebbe potuto tentare la strada di un’impegnativa con una priorità più alta, ma ha preferito non farlo, pensando a chi avesse una necessità più pressante. Una scelta dettata dal senso di responsabilità, che però solleva una domanda: è accettabile che sia il singolo paziente a dover valutare se insistere per ottenere una visita in tempi più brevi, temendo di sottrarre un posto a qualcuno che potrebbe stare peggio? Il punto non è stabilire chi abbia più diritto alle cure, né mettere i pazienti gli uni contro gli altri. È garantire tempi di accesso adeguati alle esigenze cliniche, attraverso percorsi chiari, trasparenti e realmente accessibili. La denuncia di Carolina, tuttavia, non riguarda soltanto l’appuntamento fissato per settembre 2027. Nel suo racconto emerge una difficoltà più ampia, che coinvolge anche gli esami diagnostici e il rapporto con i servizi di prenotazione. «Per fare una TAC, una risonanza magnetica che avrei dovuto fare adesso, ho dovuto fare i salti mortali», racconta. E aggiunge una considerazione pesante: «Se non hai conoscenze, devi aspettare o provvedere privatamente». Parole che chiamano in causa una delle criticità più delicate della sanità pubblica: il rischio concreto che le difficoltà di accesso alle prestazioni del servizio pubblico spingano le persone a rivolgersi al privato, sostenendo costi che non tutti possono permettersi. Carolina sa bene quanto possa essere oneroso affrontare una malattia oncologica. Durante le cure ha dovuto sottoporsi frequentemente ad analisi del sangue per verificare che i valori fossero compatibili con i trattamenti. «Ogni settimana buttavo pure cento euro di analisi del sangue», ricorda. Una spesa che, sommata alle altre necessità del percorso terapeutico, può trasformarsi in un peso considerevole. Nel suo racconto c’è anche la vicenda di una visita prenotata con circa un anno e mezzo di anticipo. Con il peggioramento dei problemi alle ossa, Carolina ha deciso di rivolgersi al privato per anticipare il controllo, rinunciando all’appuntamento nel servizio pubblico. È a quel punto che si è verificato un episodio particolarmente spiacevole. Quando ha telefonato per disdire la visita, l’operatore, secondo quanto riferisce, si sarebbe innervosito, contestandole il fatto di aver prenotato con tanto anticipo per poi rinunciare. Una situazione che Carolina ha vissuto con ulteriore frustrazione: dopo aver atteso così a lungo e aver trovato una soluzione a pagamento per non rimandare ancora il controllo, si è sentita anche rimproverare per la disdetta. Un’esperienza che pone interrogativi sulla qualità dell’assistenza e della comunicazione con i cittadini. Anche il contatto con il CUP, il Centro unico di prenotazione, può trasformarsi in un percorso complicato: risposte poco utili, informazioni insufficienti e pazienti che finiscono per sentirsi disorientati proprio quando avrebbero più bisogno di essere guidati. Il problema, dunque, non è soltanto aspettare. È non sapere a chi rivolgersi, quali alternative siano disponibili e come ottenere una prestazione senza dover necessariamente pagare.
La sua denuncia non vuole mettere in discussione il lavoro di chi cura, di medici è infermieri, ma evidenziare le difficoltà di chi deve accedere alle cure. La sua esperienza riporta così al centro il tema della sanità in Campania e, in particolare, dell’accessibilità alle prestazioni presso l’Azienda ospedaliera universitaria San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno. Il diritto alla salute non può dipendere dalle disponibilità economiche, dalla possibilità di spostarsi in un’altra città o dalla capacità di trovare una soluzione attraverso conoscenze personali. E non dovrebbe essere il paziente, già provato dalla malattia, a dover ricostruire da solo il proprio percorso tra prenotazioni, rinunce e prestazioni private.
La vicenda assume un significato ancora più forte nel mese di ottobre, dedicato alla prevenzione del tumore al seno. Si moltiplicano gli appelli a sottoporsi ai controlli, a non trascurare i segnali del proprio corpo e a rivolgersi ai medici. Ma la prevenzione e il monitoraggio non possono fermarsi agli slogan: hanno bisogno di servizi accessibili, appuntamenti disponibili e percorsi assistenziali comprensibili. Carolina lo sottolinea anche ripensando alla propria esperienza. «Mi ero trascurata un po’, ho dedicato troppo tempo al lavoro e agli altri, trascurando la mia salute. Quando ho scoperto la malattia, ho dovuto affrontare un percorso doloroso e impegnativo». Oggi il suo messaggio alle donne è un invito a non mettere sé stesse in secondo piano e a non rimandare i controlli. La sua testimonianza si chiude con una riflessione che va oltre il singolo appuntamento: «Può salvare la vita a una persona riuscire a fare un esame diagnostico in tempo». Nel caso di Carolina, l’appuntamento resta fissato al 30 settembre 2027. Nel frattempo, rimane aperta la domanda che la sua storia consegna alla sanità campana: quanto deve aspettare una persona prima di poter esercitare concretamente il proprio diritto alla salute? Il problema delle liste d’attesa non può essere risolto chiedendo ai pazienti di avere più pazienza.










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