
Roberta aveva appena conseguito il diploma quando comprese che la medicina sarebbe diventata la sua strada. Non una vocazione precoce, ma una scelta consapevole, quasi una scommessa con sé stessa. Fin da bambina, infatti, ha sempre amato le sfide. “Forse è stata proprio la complessità a conquistarmi: l’idea di non smettere mai di studiare, di mettermi continuamente in discussione, di crescere ogni giorno. Scegliere Medicina è stato un atto di fiducia verso me stessa e verso la persona che sapevo di poter diventare”.
Oggi Roberta è una senologa affermata. Una specializzazione maturata nel tempo, arricchita da competenze sempre più specifiche e da una visione della cura che unisce rigore scientifico e attenzione profonda alla persona. Per lei prendersi cura del seno significa prendersi cura dell’identità, della storia e della vita di chi ha di fronte. Nel suo lavoro, il gioco di squadra tra diagnosi, chirurgia, oncologia, radiologia e supporto psicologico è importante quanto la tecnica stessa.Un passaggio cruciale del suo percorso umano e professionale arriva con la perdita del padre, figura di riferimento e sostegno incondizionato. Un dolore che rafforza in lei la convinzione di quanto la prevenzione sia fondamentale. In medicina, rimandare può significare cambiare il corso delle cose. Da quell’esperienza nasce una responsabilità profonda: diffondere ogni giorno il messaggio della prevenzione, “perché non ci sia un’altra figlia costretta a perdere un genitore, perché un controllo fatto in tempo permetta a qualcuno di continuare a vivere la vita che merita”. Roberta ha trasformato una ferita personale in un gesto di cura rivolto agli altri. La sua è una medicina che va oltre diagnosi, terapie e protocolli: una scelta consapevole di mettere la persona al centro, prima ancora della malattia. Il suo camice bianco non è una barriera, ma un ponte. Ascolta, accoglie, si prende il tempo necessario per spiegare, rassicurare, restare.
Roberta abbraccia tante vite. Perché una diagnosi di tumore al seno non è solo un fatto clinico: è uno spartiacque nel percorso di una donna, un momento in cui la paura rischia di prendere il sopravvento. Nel suo studio le pazienti non sono numeri, ma storie. C’è chi arriva con gli occhi bassi e le mani che tremano, chi con una rabbia trattenuta, chi con la speranza di essere smentita. Negli anni ha imparato che una donna informata e sostenuta affronta meglio il percorso di cura e che sentirsi comprese aiuta a non sentirsi sole. Così accompagna le sue pazienti lungo il cammino, condividendo paure e piccoli traguardi, rispettando i silenzi, celebrando le vittorie. Questo approccio ha creato un legame profondo, fatto di fiducia reciproca. E in un sistema sanitario spesso affannato, la sua storia dimostra che curare con empatia non è un lusso, ma una necessità. Perché a volte, accanto alle terapie più avanzate, ciò che fa davvero la differenza è sapere che qualcuno è lì. Presente.
Da questo concetto nasce un progetto unico nel suo genere. Il reparto di senologia dell’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno diventa luogo di incontro, bellezza e rinascita. L’iniziativa, in collaborazione con l’Associazione Angela Serra, nasce dall’idea di andare oltre la cura clinica, restituendo alle donne che affrontano il tumore al seno uno spazio di visibilità e dignità. Le protagoniste degli scatti sono pazienti in trattamento o che hanno concluso il percorso terapeutico, ritratte con uno sguardo autentico, fiero, presente. Da qui il titolo della mostra, “PRAESENTIA”, un gioco di parole che richiama la presenza, la consapevolezza e l’affermazione di sé, nonostante la malattia. Le fotografie, esposte nei corridoi dell’ospedale, trasformano un luogo di attesa e sofferenza in un percorso di emozioni e speranza, coinvolgendo non solo le pazienti ma anche operatori sanitari e visitatori. Ogni immagine racconta una storia di resilienza, coraggio e umanità, rompendo il silenzio che spesso accompagna la malattia oncologica. “Praesentia” rappresenta anche un esempio virtuoso di medicina umanizzata, in cui la relazione medico-paziente diventa centrale e l’arte si fa strumento terapeutico, capace di incidere sul benessere psicologico e sull’autostima. Con questa iniziativa, Roberta Buonocore conferma una visione moderna e sensibile della professione medica, dimostrando come la cura passi non solo attraverso diagnosi e terapie, ma anche attraverso l’ascolto, l’empatia e la valorizzazione della persona. Un messaggio potente, che dalle corsie del Ruggi di Salerno parla a tutta la comunità: essere presenti anche e soprattutto nei momenti più difficili.












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