Dalla casa alla “casa funeraria”, come cambia il modo di dire addio ai propri cari

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di Riccardo Pucciarelli

C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui la morte si consumava tra le mura domestiche. Il letto di casa diventava l’ultimo giaciglio, la stanza si trasformava in camera ardente, e per almeno ventiquattro ore, spesso anche di più, il defunto restava accanto ai propri familiari. Oggi, quella scena è sempre più rara. Al suo posto, si afferma una nuova consuetudine: il trasferimento della salma nelle cosiddette “sale del commiato” o nelle case funerarie. Un cambiamento silenzioso ma profondo, che racconta molto della trasformazione culturale della società italiana. Per secoli, la veglia funebre si è svolta in casa. Non era solo una tradizione religiosa, ma un vero e proprio rito sociale. Il defunto veniva esposto nella stessa abitazione, spesso nella stanza in cui era morto, e amici, parenti e vicini si alternavano per rendergli omaggio. Questa pratica aveva un significato profondo, quella di accompagnare il defunto nel passaggio finale e, allo stesso tempo, sostenere la famiglia nel dolore. La veglia rappresentava un momento di condivisione collettiva, in cui il lutto diventava esperienza comunitaria.  Dal punto di vista spirituale, inoltre, la veglia era considerata un “ponte simbolico” tra la vita e la morte, un tempo sospeso fatto di preghiere, silenzi e ricordi.  Non a caso, fino a pochi decenni fa, si faceva di tutto per far morire i propri cari a casa. Anche quando il decesso avveniva in ospedale, era frequente riportare la salma nell’abitazione familiare, talvolta perfino durante la notte, pur di rispettare questa tradizione. Oggi il quadro è profondamente cambiato. Sempre più famiglie scelgono, o sono costrette a scegliere, strutture esterne come case funerarie e sale del commiato. Questi spazi, gestiti da imprese funebri, sono progettati per accogliere la salma e permettere lo svolgimento della veglia in ambienti controllati, riservati e attrezzati.  La diffusione di queste strutture è legata a diversi fattori, legati a case più piccole, condomini, difficoltà organizzative, ma anche alla gestione della salma in ambienti idonei con minore esposizione pubblica del dolore. Di fatto, la casa funeraria tende a sostituire la tradizionale veglia domestica, offrendo un luogo “neutro” per il commiato.  Questo passaggio non è solo pratico, ma culturale. La morte, un tempo vissuta dentro la quotidianità domestica, è stata progressivamente “esternalizzata”. Nella società contemporanea si muore più spesso in ospedale che in casa, il lutto si privatizza, ed il rapporto diretto con la morte si attenua  La veglia, che un tempo coinvolgeva l’intera comunità, diventa un momento più breve, organizzato e spesso meno partecipato. È innegabile che le sale del commiato offrano vantaggi concreti, come ambienti adeguati e curati, una gestione professionale e minori incombenze per la famiglia, oltre a maggiore ordine e discrezione. Tuttavia, proprio qui si apre una riflessione più delicata. La scelta di trasferire altrove il defunto, evitando la permanenza in casa, rischia di indebolire quel legame intimo e diretto con la morte che per secoli ha avuto un valore umano e simbolico fondamentale. La veglia domestica obbligava a confrontarsi con la perdita, a viverla pienamente, senza mediazioni. Oggi, invece, il dolore tende a essere “organizzato”, quasi delegato. Alla luce dei cambiamenti sociali, è difficile sostenere che il ritorno alla veglia in casa sia sempre praticabile. Le condizioni abitative, le esigenze lavorative e le normative rendono spesso inevitabile il ricorso a strutture esterne. Tuttavia, sul piano etico e umano, si può affermare che questa evoluzione è più pratica che moralmente significativa. Le sale del commiato rispondono perfettamente alle esigenze della modernità, ma rischiano di impoverire il valore simbolico dell’ultimo saluto, trasformando un momento profondamente umano in un servizio organizzato. Non si tratta di stabilire cosa sia giusto o sbagliato, ma di prendere coscienza di ciò che si sta perdendo. La morte, un tempo vissuta in casa, tra gli affetti e i ricordi, oggi si allontana, si sposta, si gestisce. Forse con più ordine, certamente con più comodità. Ma anche con meno intimità. E in questo equilibrio tra efficienza e significato, la domanda resta aperta: stiamo rendendo il commiato più dignitoso o semplicemente più facile?

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