Panchine rimosse al Carmine. Tutto tace, mentre il “decoro” cancella l’accoglienza

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di Riccardo Pucciarelli

Nel cuore del quartiere Carmine, a Salerno, Piazzetta Monsignor Bolognini si presenta oggi come uno spazio svuotato della sua funzione più semplice: offrire un luogo dove sedersi. Le panchine che per anni hanno rappresentato un punto di sosta per residenti, anziani e passanti sono state progressivamente rimosse fino a scomparire del tutto nell’ottobre 2025. Una decisione che, nelle intenzioni dell’amministrazione, avrebbe dovuto rispondere a esigenze di “decoro urbano” e sicurezza, ma che nei fatti ha sollevato interrogativi profondi sul rapporto tra gestione degli spazi pubblici e marginalità sociale. L’eliminazione delle panchine è avvenuta in più fasi, fino alla rimozione definitiva delle ultime sedute da parte degli operai comunali. Alla base del provvedimento vi è stata la volontà di scoraggiare la presenza notturna di persone senza fissa dimora che utilizzavano l’area come riparo.  A incidere sulla decisione anche le pressioni provenienti dal territorio: residenti esasperati e, soprattutto, la sollecitazione del rettore del Santuario della Madonna del Carmine, affacciato proprio sulla piazzetta, che avrebbe spinto verso una rimozione totale delle panchine. Il risultato? Un intervento che ha affrontato il sintomo, la presenza dei clochard, senza incidere sulla causa. A distanza di pochi giorni, infatti, il fenomeno non è scomparso: si è semplicemente trasferito altrove. I senza dimora si sono spostati nelle aree limitrofe, in particolare sotto il Trincerone ferroviario e nei pressi della stazione di via Vernieri, dando vita a nuovi accampamenti improvvisati. Una dinamica che molti cittadini hanno sintetizzato con una metafora efficace: quella dei “vasi comunicanti”. Eliminando le panchine, il disagio non viene eliminato, ma redistribuito nello spazio urbano. In questa vicenda emerge con forza una contraddizione difficile da ignorare. La richiesta di rimuovere le panchine è arrivata anche da chi, per missione e vocazione, dovrebbe rappresentare un presidio di accoglienza: la Chiesa. Il Santuario della Madonna del Carmine, anziché farsi promotore di iniziative di supporto ai più fragili, ha contribuito, almeno indirettamente, a una misura che mira a rendere invisibile il disagio, piuttosto che affrontarlo. Una scelta che apre una riflessione più ampia: è accettabile che un luogo simbolo di carità cristiana solleciti interventi di esclusione, invece di attivarsi per offrire soluzioni concrete di assistenza? Per mitigare le polemiche, era stata prospettata l’installazione di nuove panchine a seduta singola, progettate per impedire l’utilizzo improprio come giaciglio. Ma a distanza di tempo, quella promessa resta disattesa. La piazzetta è ancora priva di qualsiasi arredo urbano, e i cittadini, anziani in primis, sono costretti a sedersi sul bordo della fontana o a rinunciare completamente alla sosta. Un vuoto che pesa sulla vivibilità quotidiana del quartiere. Il ritardo nell’installazione delle nuove sedute solleva un sospetto diffuso tra i residenti: che l’intervento possa essere rinviato strategicamente per diventare occasione di visibilità politica. La sostituzione delle panchine rischia così di trasformarsi nell’ennesima “passerella”, dove l’esibizione dell’intervento conta più della sua tempestiva realizzazione. Nel frattempo, però, i cittadini continuano a pagare il prezzo dell’assenza di servizi essenziali. Piazzetta Bolognini oggi è il simbolo di una tendenza sempre più diffusa: progettare gli spazi urbani non per accogliere, ma per escludere. Togliere una panchina è un gesto apparentemente semplice, ma carico di significato, vuol dire negare la sosta, scoraggiare la presenza, selezionare chi può e chi non può restare. Eppure una città si misura proprio dalla capacità di includere, non di nascondere. Senza panchine, senza accoglienza e senza risposte strutturali al disagio, quella piazza resta lì: più ordinata forse, ma certamente più vuota.

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