La “famiglia nel bosco”, tra emotività, responsabilità e le contraddizioni della nostra solidarietà

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di Riccardo Pucciarelli

All’inizio di questa vicenda, lo ammetto senza difficoltà, anch’io mi sono lasciato guidare dall’emotività. La storia della cosiddetta “famiglia nel bosco” mi aveva profondamente colpito. Forse anche per ragioni personali: il mio passato di bambino adottato mi rende particolarmente sensibile quando si parla di genitori e figli, di famiglie che rischiano di essere spezzate dall’intervento delle istituzioni. Per questo avevo scritto un primo intervento in difesa di quei genitori, convinto, e lo sono ancora, che lo Stato non possa e non debba sostituirsi alla famiglia, né assumere atteggiamenti che rischiano di ferire i bambini più di quanto li proteggano. Su questo principio continuo a rimanere fermo. Con il passare delle settimane, però, mentre emergevano nuovi elementi e il clamore mediatico cresceva, ho sentito il bisogno di fermarmi e riflettere più a fondo. Non tanto per cambiare idea sul rapporto tra Stato e famiglia, quanto per allargare lo sguardo oltre il singolo caso. Perché questa storia, più che raccontare soltanto una vicenda familiare complessa, rivela anche qualcosa di molto significativo sul nostro modo, tipicamente italiano, di reagire alle notizie. La vicenda affonda le sue radici nel 2021, quando Nathan e Catherine si stabiliscono con i loro tre figli piccoli in un casolare isolato nel territorio di Palmoli, in provincia di Chieti. L’abitazione era in condizioni estremamente precarie: niente acqua corrente, niente elettricità, nessun bagno interno, nessun sistema di riscaldamento. In quel contesto i bambini crescono per anni lontani da tutto ciò che normalmente accompagna l’infanzia: la scuola, i controlli pediatrici, le vaccinazioni, i rapporti con altri coetanei. Persino la lingua italiana, secondo quanto emerso, non era stata insegnata loro in modo strutturato. Per lungo tempo nessuno sembra rendersi conto di quella situazione. La svolta arriva nel settembre del 2024, quando tutta la famiglia rimane vittima di un grave avvelenamento dopo aver consumato funghi raccolti dal padre. I cinque vengono trovati privi di sensi all’esterno del casolare da un contadino della zona, che dà immediatamente l’allarme. Senza quell’intervento casuale, l’epilogo avrebbe potuto essere molto più drammatico. In ospedale la situazione si complica ulteriormente: i genitori manifestano forti resistenze verso alcune procedure mediche proposte dai sanitari per curare i bambini. Da lì partono le prime segnalazioni ufficiali e l’attenzione delle autorità. Le relazioni delle forze dell’ordine e dei servizi sociali parlano di una condizione definita di “grave precarietà” per i minori. Viene quindi proposto ai genitori un percorso di accompagnamento: ristrutturazione della casa, controlli sanitari per i figli, supporto educativo. All’inizio sembra esserci una disponibilità al dialogo. Poi, però, il rapporto si incrina. Alcune proposte vengono respinte, altre non vengono portate avanti. Nel frattempo si verificano altri episodi: la madre si allontana per un periodo portando con sé i bambini e rendendosi irreperibile; la figlia maggiore sviluppa problemi respiratori non segnalati tempestivamente; i rapporti con le istituzioni diventano sempre più tesi. Nel tentativo di trovare una soluzione, arrivano diverse offerte di aiuto: un’abitazione messa a disposizione gratuitamente dal Comune, un’altra casa proposta da un imprenditore, persino la disponibilità di tecnici e imprese a ristrutturare il casolare senza costi per la famiglia. Secondo quanto ricostruito, tutte queste opportunità vengono rifiutate. La situazione arriva così davanti al tribunale per i minorenni. Nel novembre del 2025 il tribunale decide di sospendere temporaneamente la responsabilità genitoriale e di collocare i bambini in una struttura protetta insieme alla madre. Ma anche in quel contesto emergono difficoltà. Le relazioni degli operatori parlano di tensioni con il personale educativo e di comportamenti problematici da parte dei bambini, influenzati, secondo quanto riferito, dal clima di conflitto con la struttura. La situazione si complica ulteriormente fino alla decisione, presa pochi giorni fa, di separare temporaneamente la madre dai figli e trasferire i minori in un’altra struttura. Una decisione che ha riacceso il dibattito pubblico e alimentato una forte mobilitazione sui social. Ed è proprio qui che nasce la riflessione più ampia che mi ha portato a scrivere questo articolo. In Italia, davanti a vicende come questa, scatta quasi sempre lo stesso meccanismo: l’indignazione immediata, la presa di posizione emotiva, la corsa a difendere o accusare qualcuno prima ancora di conoscere davvero i fatti. All’inizio è successo anche a me. Ma col tempo ho iniziato a chiedermi un’altra cosa: perché questa enorme ondata di solidarietà si accende solo per alcune storie e non per molte altre? Perché nel nostro Paese esistono migliaia di famiglie che vivono in condizioni di reale difficoltà, non per scelta ideologica ma perché travolte dalle circostanze della vita. Famiglie che abitano in case degradate, che faticano a pagare l’affitto o le bollette, che rinunciano alle cure per i figli perché non possono permettersele. Famiglie che non finiscono nei titoli dei giornali. Famiglie che non diventano simboli mediatici. Famiglie che nessuno difende con la stessa passione con cui oggi difendiamo o attacchiamo la “famiglia del bosco”. Questo non significa negare la complessità del caso né ignorare il rischio di eccessi da parte delle istituzioni. Il rapporto tra Stato e famiglia resta un terreno delicatissimo e ogni intervento sui minori dovrebbe sempre essere l’ultima strada possibile. Ma questa vicenda ci pone anche un’altra domanda, forse ancora più scomoda: perché siamo capaci di mobilitarci con tanta forza solo quando una storia diventa virale? Perché la solidarietà collettiva sembra accendersi solo quando c’è un caso mediatico, mentre rimane quasi invisibile davanti alle difficoltà quotidiane di tante altre famiglie italiane? Forse il vero problema non è solo capire chi abbia ragione o torto nella storia della “famiglia nel bosco”. Forse il problema più grande è riconoscere che, troppo spesso, la nostra indignazione segue la logica dell’emotività del momento e non quella della giustizia sociale.  E finché continuerà a essere così, continueremo a discutere animatamente di singole vicende, dimenticando che attorno a noi esiste un mondo di fragilità che non fa notizia, ma che avrebbe bisogno, ogni giorno, della stessa attenzione e della stessa solidarietà.

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