Federica di Martino, attivista transfemministe tra le più affermate e ascoltate in Italia, vive e lavora a Salerno. Da anni segue e approfondisce i temi della salute sessuale e riproduttiva con azioni di mutualismo dal basso veicolate attraverso la sua community su Instagram. Reduce dal Parlamento Europeo per l’evento Make Future Feminist, incontro Europeo di realtà e associazioni femministe sui diritti delle donne, con lei parliamo proprio della condizione femminile, con uno sguardo alle.realta locali oltre che agli scenari nazionali ed internazionali.
L’8 marzo è la giornata internazionale della donna. Cosa rappresenta oggi?
L’8 marzo non è una celebrazione simbolica, ma una giornata di lotta e di consapevolezza. È il momento in cui ricordiamo che i diritti delle donne non sono mai stati concessi spontaneamente, ma conquistati attraverso mobilitazioni, sacrifici e battaglie collettive. Oggi questa giornata rappresenta la richiesta concreta di uguaglianza reale: nel lavoro, nei salari, nella possibilità di conciliare la vita familiare con la carriera, nell’accesso ai servizi sanitari, nella sicurezza negli spazi pubblici e tra le mura domestiche. Significa parlare di autodeterminazione, del diritto delle donne di decidere sui propri corpi, sulle proprie vite e sul proprio futuro. Troppo spesso questi temi vengono ridotti a rituali o slogan, ma dietro quelle parole ci sono le esperienze quotidiane di milioni di donne che ancora oggi affrontano discriminazioni, precarietà e violenze che hanno radici profonde in un sistema patriarcale che continua a riprodurre disuguaglianze. L’8 marzo ci ricorda che la parità non è un traguardo raggiunto, ma una battaglia ancora aperta. Perché ogni diritto conquistato dalle donne non è una concessione della storia, ma una rivoluzione che cambia il mondo.
Quali sono i divari maggiori che si riscontrano oggi nel nostro Paese?
I dati ci raccontano una realtà che non può più essere ignorata. Secondo il rapporto Istat-CNEL del 2025 il tasso di occupazione femminile in Italia è del 52,5%, contro il 70,4% degli uomini: un divario di quasi 18 punti percentuali. Le donne sono inoltre molto più esposte al lavoro part-time: l’8,6% contro il 2,5% degli uomini. Questo accade perché il lavoro di cura – quello verso figli, genitori anziani o familiari con disabilità – continua a ricadere quasi interamente sulle donne. Sempre secondo Istat, il 62,2% delle madri inattive dichiara di non poter cercare lavoro per motivi familiari. A questo si aggiunge il divario salariale: il gender pay gap supera il 25%, il che significa che a parità di lavoro le donne guadagnano fino a un quarto in meno degli uomini. E quando si guarda ai vertici, la disparità diventa ancora più evidente: solo il 21,8% dei dirigenti è donna. Questi numeri non sono solo statistiche: sono la fotografia di un sistema che continua a limitare l’autonomia economica delle donne. Finché l’uguaglianza resterà un numero nelle statistiche e non una realtà nella vita quotidiana, la nostra battaglia non potrà dirsi conclusa.
Parliamo dunque di lavoro. Quali sono i problemi maggiori che le donne riscontrano?
Il lavoro continua a essere uno dei principali luoghi di disuguaglianza. In Italia quasi il 70% delle dimissioni dopo la nascita di un figlio riguarda le madri. Questo significa che per moltissime donne la maternità diventa ancora un ostacolo alla partecipazione al mercato del lavoro. Nel 2024 il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni è stato del 67,1%, contro una media europea del 75,8%. Ancora più preoccupante è il divario di genere: il gender gap occupazionale in Italia è pari al 19,4%, quasi il doppio della media europea. A questo si aggiungono profonde disuguaglianze territoriali: nel Nord lavora il 62,8% delle donne, nel Centro il 59,9%, mentre nel Mezzogiorno appena il 37,2%. Questi numeri parlano di un problema strutturale che riguarda anche i servizi: asili nido insufficienti, congedi parentali non realmente paritari e un welfare che continua a dare per scontato che il lavoro di cura sia responsabilità delle donne. Il lavoro di cura, soprattutto quando riguarda persone anziane o con disabilità, resta spesso invisibile e non riconosciuto, ma rappresenta una delle principali cause dell’esclusione femminile dal lavoro. Una società che costringe le donne a scegliere tra lavoro e cura non sta difendendo la famiglia: sta rinunciando alla propria giustizia sociale.
Che ruolo hanno le città nel garantire i diritti e la libertà delle donne?
Le città non sono neutre: possono facilitare la libertà delle donne oppure limitarla. Una città a misura di donne è una città che investe nei servizi, nella mobilità e nella qualità degli spazi pubblici. Significa avere asili nido accessibili, trasporti sicuri anche di notte, marciapiedi percorribili con passeggini o sedie a rotelle, parchi pubblici curati dove bambini e famiglie possano vivere gli spazi della città.
Significa pensare alle esigenze delle persone che svolgono lavoro di cura e di chi vive situazioni di disabilità, perché una città inclusiva non lascia indietro nessuno. Ma significa anche garantire sicurezza negli spazi urbani: illuminazione adeguata, trasporti pubblici notturni, presidi di vigilanza e politiche urbane che rendano le donne libere di attraversare la città senza paura. E significa soprattutto più donne nei luoghi decisionali della politica e dell’amministrazione pubblica, perché le città cambiano davvero quando chi le governa rappresenta le esperienze e i bisogni di tutte e tutti. Una città che ascolta le donne diventa una città più giusta, più libera e più vivibile per l’intera comunità.
E per quanto riguarda la salute? Anche lì esistono differenze e discriminazioni?
La salute delle donne è ancora troppo spesso trascurata o invisibilizzata. Molte patologie che colpiscono prevalentemente le donne – come endometriosi, fibromialgia o vulvodinia – sono ancora poco riconosciute e difficili da diagnosticare. L’accesso a cure gratuite e screening preventivi resta limitato per molte donne, soprattutto per quelle con minori risorse economiche. C’è poi tutto il tema della salute sessuale e riproduttiva. L’accesso alla contraccezione gratuita è garantito solo in alcune regioni, mentre in altre resta un costo interamente a carico delle donne. Nel territorio di Salerno, ad esempio, è presente un solo consultorio, non sufficiente a rispondere alle esigenze della popolazione. Anche per l’interruzione volontaria di gravidanza le strutture disponibili sono pochissime e spesso le donne sono costrette a spostarsi in altre città. Garantire servizi territoriali accessibili significa garantire diritti fondamentali.
Perché la libertà delle donne passa anche dal diritto di curarsi, scegliere e vivere il proprio corpo senza ostacoli.Non possiamo parlare di diritti delle donne senza affrontare la piaga dei femminicidi.
Il femminicidio non è un fatto isolato o imprevedibile, ma l’espressione più estrema di una violenza strutturale che attraversa la società. È il risultato di una cultura che trasforma l’amore in possesso e il controllo in normalità. Quando una donna decide di liberarsi da quella logica, la violenza può diventare l’ultima risposta di chi non accetta la sua autonomia. Per contrastare davvero questo fenomeno servono politiche strutturali: rafforzare i centri antiviolenza, rendere efficace il codice rosso, garantire protezione immediata alle donne che denunciano e investire nella prevenzione attraverso l’educazione affettiva nelle scuole. Servono strumenti concreti, ma anche un cambiamento culturale profondo. Perché ogni donna che spezza il silenzio contro la violenza accende una luce che illumina il cammino di tutte le altre.
Come permettere alle donne di sentirsi più sicure?
La sicurezza delle donne non si costruisce solo con misure punitive, ma con città più giuste e più vivibili. Le donne devono poter attraversare gli spazi pubblici senza paura: camminare di notte, prendere un autobus, tornare a casa senza sentirsi in pericolo. Per questo servono trasporti pubblici notturni, illuminazione adeguata, presidi di sicurezza e una progettazione urbana che tenga conto delle esigenze delle donne. Ma la sicurezza nasce anche dalla partecipazione: quando le donne sono presenti nei luoghi decisionali della politica, quando le istituzioni ascoltano i loro bisogni, quando le città diventano spazi condivisi e inclusivi. Una comunità davvero sicura è quella che non lascia nessuna donna sola. Perché la libertà delle donne di vivere la propria città senza paura è il segno più alto di una democrazia viva.












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