Gatto, la voce non si spegne grazie a Yari Gugliucci

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intervista esclusiva di Riccardo Pucciarelli

Nel cinquantesimo anniversario della morte di Alfonso Gatto, Salerno torna a interrogarsi sulla figura di uno dei suoi figli più illustri: poeta, giornalista, intellettuale e protagonista della stagione ermetica della letteratura italiana del Novecento. A mezzo secolo dalla sua scomparsa, la sua voce continua a risuonare tra i vicoli della cittĆ  che lo vide nascere e dalla quale, per tutta la vita, mantenne un rapporto intenso e talvolta complesso. Per ricordarlo, il cinema torna sui suoi passi con il docufilm Sulle orme di Gatto, in cui l’attore salernitano Yari Gugliucci rievoca la figura del poeta camminando nei luoghi della sua memoria. Non una semplice interpretazione, ma un viaggio nella sua presenza poetica, quasi un dialogo con l’anima della cittĆ . Alfonso Gatto nacque a Salerno il 17 luglio 1909. Figlio di una famiglia numerosa, trascorse l’infanzia tra il mare e le strade della cittĆ  che sarebbe rimasta per sempre al centro della sua immaginazione poetica. Dopo gli studi si trasferƬ tra Napoli, Milano e Firenze, entrando nel vivo del dibattito letterario del tempo. Negli anni Trenta si affermò come una delle voci più significative dell’ermetismo, accanto a figure come Ungaretti, Quasimodo e Montale. Il suo esordio poetico arrivò nel 1932 con Isola, seguito da raccolte che ne consolidarono la fama: Morti ai paesi, Poesie, La storia delle vittime, fino ai versi più maturi e civili del dopoguerra. Parallelamente fu giornalista, critico d’arte e animatore culturale. Collaborò con importanti quotidiani e riviste e fu una figura centrale nella vita intellettuale italiana del secondo Novecento. La sua sensibilitĆ  poetica oscillava tra lirismo e impegno civile. Nei suoi versi convivono la memoria dell’infanzia meridionale, il dolore della guerra, la nostalgia delle cittĆ  e una continua ricerca dell’uomo dietro la storia. MorƬ il 8 marzo 1976, in un incidente stradale nei pressi di Capalbio, lasciando un vuoto profondo nella cultura italiana. Non tutti sanno che Gatto ebbe anche un rapporto diretto con il cinema. Frequentò registi e sceneggiatori del dopoguerra e fu vicino ad alcune delle personalitĆ  più importanti della cultura italiana. Tra le amicizie più significative c’erano Cesare Zavattini e Pier Paolo Pasolini. Fu proprio Pasolini a coinvolgerlo nel film Il Vangelo secondo Matteo, dove Gatto apparve tra gli apostoli, in un cameo che testimoniava il legame tra poesia e cinema. Il poeta, d’altra parte, era profondamente attratto dalle immagini e dal linguaggio visivo. Non stupisce quindi che oggi sia proprio il cinema a riportarlo nei luoghi della sua memoria.

Il progetto nasce da un’idea del giornalista e autore Marcello Napoli, sviluppata poi dal regista Maurizio Fiume, che ha scelto Yari Gugliucci per rievocare il poeta. Per l’attore salernitano non ĆØ stato soltanto un ruolo cinematografico, ma un ritorno alle proprie radici artistiche e umane. Ā«Il progetto nasce dall’intuizione drammaturgica di Marcello NapoliĀ», racconta Gugliucci. Ā«Lui rimase affascinato da un docufilm analogo realizzato da Maurizio Fiume su Raffaele La Capria. Da lƬ ĆØ nata l’idea di un lavoro dedicato ad Alfonso GattoĀ». Per l’attore il coinvolgimento ĆØ stato naturale anche per il rapporto di lunga data con il regista. Ā«Con Fiume c’è una simbiosi tra regista e attore che dura nel tempoĀ», spiega. Ā«Come accadeva tra Billy Wilder e Jack Lemmon, o tra Sorrentino e Servillo. Lui parla poco, io eseguo il suo pensieroĀ». Eppure interpretare Gatto non ĆØ stato semplice. Ā«Essere salernitano ĆØ una responsabilitĆ  enormeĀ», confessa. Ā«Salerno ĆØ una cittĆ  particolare: ti apprezzano soprattutto quando lavori fuori casa. Io non ho un teatro mio, non sono direttore artistico di nulla, ma so che in molti mi vogliono bene. La cittĆ  la vivo come una casa dove tornareĀ». Una delle scelte più particolari del docufilm ĆØ l’assenza di un vero copione. Gugliucci racconta che il lavoro ĆØ nato quasi come un esperimento cinematografico. Ā«Non c’era un copione scrittoĀ», rivela. Ā«Abbiamo lavorato un po’ come nella Nouvelle Vague: le battute nascevano dalla strada. Dai caffĆØ dei Mercanti, dal vicolo della Neve, dal cimitero dove lui andavaĀ». L’attore non voleva imitare il poeta, ma restituirne la presenza. Ā«Non volevo interpretare Alfonso GattoĀ», spiega. Ā«Volevo rievocarlo. Ogni attore firma la propria interpretazione. Come Amleto: lo fanno in mille modi diversi. Io ho cercato di avvicinarmi alla sua figura senza copiarlaĀ». Il metodo era semplice e allo stesso tempo radicale. Ā«Il primo giorno mi sono fatto la barba dal barbiere, poi siamo andati al cimitero. Camminavo, pensavo, tornavo indietro. Poi scrivevo su un foglio come se stessi appuntando una poesia. Questo era il copioneĀ». Durante le riprese, girate tra i luoghi simbolo della cittĆ , Gugliucci racconta di aver percepito quasi un dialogo con la memoria del poeta. Ā«Ogni scena mi raccontava una parte di luiĀ», dice. Ā«E quando le riprese sono finite ho provato una nostalgia strana, come quando da bambino finisce la vacanza e devi salutare gli amici dell’estateĀ». ƈ stato come riaccompagnare il poeta nel suo tempo. Ā«Ho avuto la sensazione di riportarlo lĆ  da dove era venuto a prendermiĀ». Tra tutte le scene, una in particolare ĆØ rimasta impressa all’attore: quella girata nel cimitero dove riposa Gatto. Ā«Quando mi sono trovato davanti alla sua tomba ho pensato che forse mi stesse guardandoĀ», racconta. La lapide del poeta ĆØ insolita: una grande pietra tra due alberi, con una frase di Eugenio Montale incisa sopra. Ā«Quella tomba mi ha colpito moltoĀ», dice Gugliucci. Ā«Mi piacerebbe essere ricordato un giorno con qualcosa di cosƬ originaleĀ». Il legame tra Alfonso Gatto e la sua cittĆ  non fu sempre semplice. Come molti intellettuali del Novecento, visse spesso lontano dal luogo d’origine. Il docufilm prova a ricucire questa distanza. Ā«Spero che questo lavoro possa rafforzare il rapporto tra Salerno e il suo poetaĀ», afferma Gugliucci. Durante le riprese, racconta, sono stati proprio i cittadini a trasmettergli il senso più autentico della cittĆ . Ā«Non ĆØ il sindaco a dirti ā€œin bocca al lupoā€. ƈ il barista, il commerciante che legge il giornale al bar e ti dice: sei il nostro orgoglioĀ». Quale volto del poeta emerge dal film? L’intellettuale, il poeta civile o l’uomo legato alla sua terra? Per Gugliucci la risposta ĆØ diversa. Ā«Io ho cercato il Gatto ā€œnavigatoreā€Ā», spiega. Ā«Quello che cammina. Le lunghe passeggiate del poeta mentre pensa, osserva la cittĆ  e cerca i versiĀ». Nel film questa immagine ritorna spesso: il poeta che cammina con le spalle alla macchina da presa. «È quella malinconia di chi parte e non sa se tornerĆ Ā», dice l’attore. Ā«Il salernitano sente sempre questa nostalgiaĀ». Interpretare Gatto ha lasciato nell’attore una consapevolezza profonda. Ā«Ti accorgi che tutto ĆØ provvisorioĀ», riflette. Ā«Nei silenzi della cittĆ  lo senti ancora di più». E forse ĆØ proprio questa la lezione più autentica del poeta. Una consapevolezza fragile e intensa della vita, che nei suoi versi diventa memoria e bellezza. Se potesse incontrarlo per strada oggi, cosa direbbe ad Alfonso Gatto? Yari Gugliucci non ha dubbi. Ā«Gli direi semplicemente: Alfonso, ho fatto del mio meglioĀ». Forse ĆØ la stessa frase che ogni lettore, ogni artista e ogni salernitano potrebbe rivolgere oggi al poeta. PerchĆ© dopo cinquant’anni, tra il mare e i vicoli della cittĆ , la sua voce continua ancora a camminare.

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