Di fronte a ciò che sta accadendo in queste ore sui social, il termine “vergogna” non basta più

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di Riccardo Pucciarelli

L’appello video della cantante Big Mama, al secolo Marianna Mammone, rimasta bloccata a Dubai insieme a centinaia di italiani a causa di una improvvisa escalation militare e della chiusura degli spazi aerei, avrebbe dovuto generare empatia, solidarietà, senso di comunità. Invece, ha scatenato il peggio dell’umanità digitale: l’orda dei cosiddetti “leoni da tastiera”, vigliacchi protetti dallo schermo, che trasformano ogni tragedia in un’arena di odio.

Marianna tornava da pochi giorni di vacanza alle Maldive, dopo un anno di lavoro, di sacrifici, di concerti, di viaggi. Il suo aereo è stato costretto a un atterraggio di emergenza su una pista nel deserto. I passeggeri, trasferiti in un hotel ritenuto sicuro, si sono ritrovati nuovamente in una situazione di pericolo, con bombardamenti, seppur limitati, nelle vicinanze. Una condizione irreale, angosciante, che nessuno augurerebbe neppure al peggior nemico.

Eppure, mentre una giovane cittadina italiana si trova lontana dalla sua famiglia, dagli affetti, in una terra straniera, con la paura negli occhi, c’è chi insulta. C’è chi accusa. C’è chi inventa. C’è chi augura la morte.

Il repertorio dell’odio è sempre lo stesso: offese personali, allusioni meschine, insinuazioni su presunti paradisi fiscali, accuse deliranti di incoerenza politica, etichette ideologiche appiccicate con violenza su chi non ha mai fatto politica né nelle parole né nella musica. Addirittura, l’oscenità più disumana: augurarle di morire sotto le bombe. Questo non è dissenso. Non è critica. Non è libertà di espressione. È barbarie.

Marianna non ha chiesto privilegi. Non ha invocato corsie preferenziali. Non ha domandato trattamenti speciali. Ha fatto ciò che farebbe qualsiasi cittadino consapevole della propria visibilità: ha usato la sua voce per tutti. Per gli italiani bloccati con lei. Per chi non ha follower, per chi non ha strumenti, per chi non ha la forza di farsi ascoltare. È un gesto di responsabilità civile. Un gesto che dovrebbe essere lodato, non crocifisso.

Chi oggi la attacca dimostra una miseria morale sconcertante. Dietro ogni commento velenoso si nasconde la frustrazione di chi non sa costruire nulla e trova soddisfazione solo nel distruggere. Sono individui incapaci di provare empatia, incapaci di distinguere tra realtà e propaganda, pronti a politicizzare persino la paura, persino la guerra, persino la vita.

E sì, la famiglia di Marianna avrebbe tutto il diritto di denunciare questi odiatori seriali. L’augurio di morire non sono opinioni: sono reati. Le diffamazioni non sono battute: sono violenze. Lo Stato dovrebbe intervenire con decisione, perché l’impunità alimenta il branco.

Ma chi conosce davvero Marianna e i suoi cari sa che sono persone pacifiche, dignitose, abituate ad affrontare dolori e difficoltà in silenzio. Non cercano vendetta. Non cercano polemiche. Non cercano visibilità. Sono superiori a questa melma.

Marianna è superiore. E con lei lo sono le migliaia di fan, di cittadini, di persone comuni che in queste ore stanno mostrando l’Italia migliore: quella che non odia, che non divide, che non giudica, che non strumentalizza. Quella che aspetta soltanto una cosa: vederla tornare a casa. In sicurezza. Insieme a tutti gli italiani bloccati.

E quando questo accadrà, resterà una domanda per i “leoni da tastiera”: che cosa avete costruito, oltre al vostro odio? La risposta, purtroppo, è già chiara. Nulla. Solo vergogna.

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