Sanremo, Pucci e il solito copione – quando la politica pesa ad Artisti alterni

Sanremo, Pucci e il solito copione – quando la politica pesa ad Artisti alterni

di Riccardo Pucciarelli

La rinuncia di Andrea Pucci a salire sul palco del Festival di Sanremo ha riacceso una polemica che, più che nuova, è ormai rituale. L’artista avrebbe scelto di farsi da parte dopo essere stato accusato , più sui social e nel chiacchiericcio mediatico che nei fatti, di una presunta “politicizzazione a destra”. Accusa sufficiente, a quanto pare, per trasformare un’ospitata artistica in un caso ideologico. Eppure, a memoria recente e meno recente, il palco dell’Ariston ha ospitato senza scandalo ben altro: veri e propri interventi politici, monologhi militanti, prese di posizione esplicite e attacchi frontali a esponenti e schieramenti della destra.
Il paradosso è tutto qui. Perché mentre Pucci viene messo all’indice per un’etichetta, spesso appiccicata con leggerezza, altri grandi nomi dello spettacolo italiano hanno calcato lo stesso palco trasformandolo in una tribuna politica, senza che ciò suscitasse indignazione. Adriano Celentano, Roberto Benigni, Luciana Littizzetto, Maurizio Crozza, artisti amatissimi, certo, ma anche protagonisti di interventi apertamente politici, spesso unidirezionali, quasi sempre orientati contro la destra e i suoi leader. In quei casi, però, la parola “scandalo” è rimasta nel cassetto.
La storia di Sanremo è costellata di momenti in cui grandi artisti hanno usato il palco come palcoscenico non solo per canzoni ma per idee e provocazioni improvvise. Adriano Celentano, per esempio, nel 2012 tenne un monologo di oltre 50 minuti in cui criticò giornali, istituzioni e personalità pubbliche, suscitando polemiche senza subire una campagna ideologica contro la sua persona comparabile a quella vista per Pucci.
Nel corso delle edizioni del Festival, Benigni stesso in passato è stato protagonista di momenti che hanno trascinato Sanremo nelle arene ideologiche: già negli anni precedenti ha usato linguaggi satirici e politici come nessun altro ospite, provocando discussioni e accesi dibattiti ma senza mai essere messo all’indice con un’onda di cancel culture paragonabile a quella di Pucci.
Si dirà: la satira è libera, l’arte è impegno civile. Vero. Ma allora lo sia per tutti. Perché se l’impegno civile diventa accettabile solo quando parla una lingua ideologica precisa, la libertà smette di essere un valore universale e diventa un privilegio selettivo. È qui che emerge la sensazione, diffusa e non del tutto infondata, dei “due pesi e due misure”. Da una parte l’indignazione dei salotti radical chic, pronti a scandalizzarsi per una semplice ospitata sospettata di “deviazionismo”; dall’altra l’applauso convinto per i “comizi” dei beniamini di sinistra, accolti come momenti alti del Festival, anche quando con la musica e lo spettacolo c’entrano poco o nulla.
Il Festival di Sanremo, storicamente, è (o dovrebbe essere) una festa della canzone, un rito popolare capace di parlare a un Paese intero, non a una sola parte. Trasformarlo in un campo minato ideologico significa snaturarne la funzione e restringerne il pubblico. La rinuncia di Pucci, al di là delle simpatie personali, appare allora come il sintomo di un clima culturale sempre più intollerante verso ciò che non rientra nel perimetro del pensiero “giusto”.
Non si tratta di chiedere palchi neutrali o artisti muti. Si tratta, molto più semplicemente, di coerenza. Continuare a indignarsi a targhe alterne non è difesa della cultura: è esercizio di egemonia. E alla lunga, anche Sanremo rischia di pagare il conto. Se la cultura può e deve confrontarsi con la politica, allora quel confronto va gestito con coerenza e parità di trattamento: o la politica è ammessa sul palco per tutti, oppure non lo è per nessuno. E la guerra agli artisti, qualunque sia la loro inclinazione, non fa altro che impoverire la scena culturale nazionale.

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