Referendum costituzionale sulla Giustizia. Data confermata, quesito chiarito. Scontro politico sul metodo

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di Riccardo Pucciarelli

Non cambia la data del referendum costituzionale sulla riforma della Giustizia: gli elettori saranno chiamati alle urne il 22 e 23 marzo 2026. Cambia invece, o meglio, viene precisato, il quesito referendario, che ora indica in modo puntuale gli articoli della Costituzione oggetto di revisione. Una decisione che arriva dopo l’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione, comunicata il 6 febbraio scorso, e che riaccende lo scontro politico e istituzionale. Il Consiglio dei ministri, su proposta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha deliberato di proporre al Presidente della Repubblica l’adozione di un decreto che chiarisce il testo del quesito, fermo restando il decreto di indizione già emanato il 13 gennaio 2026. Lo ha reso noto il comunicato finale di Palazzo Chigi. Il quesito referendario, così come precisato, chiede agli elettori di «Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione, approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?». Si tratta di articoli centrali nell’assetto costituzionale della magistratura e dei rapporti tra poteri dello Stato, che riguardano, tra l’altro, il ruolo del Presidente della Repubblica, l’ordinamento giudiziario, il Consiglio superiore della magistratura, le carriere dei magistrati e l’organizzazione del sistema disciplinare. La precisazione del quesito risponde all’esigenza di garantire agli elettori una informazione più trasparente e consapevole, chiarendo l’impatto reale della riforma sottoposta a referendum. Soddisfazione è stata espressa dai 15 giuristi promotori del referendum, che avevano raccolto oltre 546.000 firme a sostegno dell’iniziativa. La Cassazione ha accolto la richiesta di riformulazione del quesito, riconoscendo la necessità di indicare con precisione le norme costituzionali coinvolte. Secondo i promotori, l’ordinanza rappresenta una duplice conferma: da un lato, la correttezza giuridica dell’iniziativa referendaria; dall’altro, la necessità di permettere ai cittadini di esprimere un voto realmente informato. “Fornire l’indicazione degli articoli della Costituzione che si intendono modificare, sottolineano, è essenziale per una riflessione consapevole degli elettori”. Un passaggio che, a loro avviso, rafforza la partecipazione democratica e contribuisce a diffondere una corretta informazione sulle possibili conseguenze della riforma, ritenuta potenzialmente dannosa per l’equilibrio tra i poteri dello Stato e per l’autonomia della giustizia. Prima della decisione del Cdm, i promotori avevano dichiarato di attendere fiduciosamente una nuova fissazione della data del referendum. Tuttavia, il governo ha scelto di confermare le date già stabilite, limitandosi a precisare il quesito. Resta aperta, sullo sfondo, l’ipotesi di un ricorso alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzione, qualora, secondo i promotori, non venissero rispettate le tempistiche previste per i 50 giorni di campagna referendaria. “Ci aspettiamo semplicemente il rispetto della Costituzione”, hanno ribadito. Durissima la reazione del Partito democratico. La responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani, parla apertamente di “prepotenza istituzionale” e di “arroganza di chi comanda e non governa”. Secondo la deputata dem, il governo avrebbe prima limitato il ruolo del Parlamento, poi fissato la data del referendum senza tener conto della raccolta firme, infine modificato il quesito senza spostare la data del voto. A ciò si aggiungerebbero, secondo il Pd, accuse ingiustificate alla magistratura, colpevole solo di aver applicato la legge. “Ancora una volta, conclude Serracchiani, prevale la mancanza di rispetto per le istituzioni. Un’altra buona ragione per votare no”. Il referendum di marzo si preannuncia dunque non solo come una consultazione su una riforma tecnica, ma come un banco di prova politico e istituzionale. In gioco non c’è soltanto l’assetto della giustizia, ma anche il rapporto tra governo, Parlamento, magistratura e cittadini, chiamati a esprimersi su una revisione costituzionale che tocca il cuore dell’equilibrio democratico.

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