di Riccardo Pucciarelli
Non è stata una manifestazione. È stato un atto di guerra urbana. Quanto accaduto ieri nel capoluogo piemontese durante il corteo per Askatasuna segna un punto di non ritorno nel rapporto tra Stato, ordine pubblico e violenza politica. Un agente della Polizia di Stato è stato braccato, isolato e massacrato a martellate da un branco di delinquenti organizzati. E lo Stato, ancora una volta, arriva dopo. Il pretesto era la protesta contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, da anni simbolo dell’antagonismo radicale torinese. Ma ciò che si è visto nelle strade non ha nulla a che fare con il dissenso democratico. Volti coperti, armi improprie, attacchi coordinati, assalti mirati contro le forze dell’ordine: questo è il vocabolario dell’eversione, non della protesta. La degenerazione era prevedibile, annunciata, quasi rivendicata. Eppure si è lasciato che il corteo si trasformasse in una zona franca, dove la violenza ha potuto agire indisturbata fino al punto più estremo: il tentato linciaggio di un poliziotto. Si chiama Alessandro Calista, ha 29 anni, è sposato, padre di un bambino, originario di Pescara. È un agente della Polizia di Stato. È un servitore della Repubblica. Ed è stato preso a calci, pugni e colpito con martelli e una chiave inglese, mentre era a terra, solo, circondato. Le immagini del pestaggio sono inequivocabili e inchiodano chiunque tenti minimizzazioni: non c’è stata colluttazione, non c’è stato caos, c’è stata una violenza deliberata e ripetuta, con l’evidente intento di fare male, forse di uccidere. Come ha dichiarato Pasquale Griesi, segretario Fsp Polizia di Stato, “Questi non sono manifestanti. Sono terroristi che stanno cercando il morto”. Parole dure, ma aderenti alla realtà. Perché quando si colpisce un uomo in divisa con un martello, non si sta esprimendo un’opinione politica: si sta tentando di eliminare fisicamente lo Stato. La solidarietà istituzionale è arrivata. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha telefonato all’agente ferito ed è stato in contatto con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Le dichiarazioni di condanna si sono susseguite da ogni parte politica. Ma la domanda è un’altra, ed è più scomoda, a cosa serve la solidarietà se non è seguita da conseguenze immediate e irreversibili per i responsabili? Piantedosi ha parlato di “movimento antagonista chiaramente eversivo” e di nuove norme in arrivo. Bene. Ma il Paese ascolta queste promesse da anni, mentre le forze dell’ordine continuano a operare in condizioni di crescente esposizione e isolamento. Torino non è un incidente. È un sintomo. Un sintomo di, leggi inadeguate contro la violenza organizzata di piazza, di assenza di certezza della pena e di ambiguità politica cronica, che per anni ha tollerato, giustificato o romanticizzato ambienti che vivono di odio verso le istituzioni Quando chi aggredisce un poliziotto sa che difficilmente pagherà un prezzo proporzionato, il messaggio è devastante: lo Stato è debole, la violenza conviene. E quando uno Stato non difende i propri uomini in uniforme, manda un segnale ancora più grave ai cittadini, nessuno è davvero protetto. Non esistono “eccessi” da entrambe le parti. Non esiste una “zona grigia” interpretativa. Non esiste alcuna giustificazione ideologica. A Torino lo Stato è stato aggredito. E se non risponderà con fermezza assoluta, arresti, condanne esemplari, scioglimento delle realtà che coprono e alimentano la violenza, allora il problema non saranno più i facinorosi, ma l’incapacità politica di difendere la legalità. Un poliziotto è vivo per miracolo. La Repubblica non può permettersi di affidarsi ancora una volta alla fortuna.












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