di Riccardo Pucciarelli
Avrei dovuto scrivere un articolo giornalistico. Avrei dovuto raccontare i fatti, ricostruire la dinamica, usare le parole giuste, quelle che informano senza tremare. Ma questa volta non ci sono riuscito. Ho dovuto aspettare 48 ore per provare ad abbozzare dei pensieri.
“Un ragazzo di appena 18 anni, a La Spezia, Youssef Abanoub è stato accoltellato a scuola da un suo coetaneo. Ferito gravemente, è stato trasportato d’urgenza in ospedale, il Sant’Andrea di La Spezia, dove è morto dopo poche ore nonostante i disperati tentativi dei medici di salvargli la vita. Una tragedia che lascia sgomenti, senza parole, e che interroga profondamente tutti noi.”
Lo sconcerto è stato troppo grande. Il dolore, l’incredulità, la rabbia silenziosa mi hanno tolto la voce. Per raccontare una tragedia simile serve la forza e l’esperienza di un giornalista capace di mantenere lucidità anche quando il cuore si spezza. Io, semplicemente, non ce l’ho fatta.
Venerdì sera ho ascoltato il racconto del Primario di Chirurgia e dell’anestesista rianimatore, durante il programma televisivo di Paolo Del Debbio su Rete 4. Ho ascoltato la loro voce, il peso delle parole, il rispetto quasi sacro con cui hanno descritto quei momenti. Insieme alle loro équipe hanno provato tutto. Hanno fatto l’impossibile per non far spegnere quella giovane vita. Eppure non è bastato.
Hanno raccontato di un cuore “vuoto”. Vuoto di sangue. Un’emorragia devastante, incompatibile con la vita. Parole tecniche, certo. Ma che colpiscono come pugni allo stomaco. Perché dietro quelle parole c’era un ragazzo, un figlio, una vita intera che avrebbe dovuto ancora cominciare.
Ne ho ascoltati e vissuti molti, di racconti tragici. Eventi durissimi, storie che lasciano il segno. Ma mai, prima d’ora, qualcosa mi aveva sconvolto e angosciato come questo. Forse perché è accaduto a scuola. Forse perché l’assassino è un coetaneo. Forse perché 18 anni sono un’età in cui si dovrebbe parlare di sogni, non di morte.
Il pensiero va inevitabilmente alla famiglia. A una madre che affronta il dolore più innaturale che esista: sopravvivere a un figlio. Un dolore che non ha parole, che non ha spiegazioni, che non ha consolazioni possibili.
E penso anche al senso di impotenza degli operatori sanitari. A quelle mani che lottano contro il tempo, contro la perdita di sangue, contro l’irreversibile. Alla consapevolezza, terribile, di aver fatto tutto e di non aver potuto cambiare il finale.
Questa morte non è solo una tragedia individuale. È una ferita aperta nella coscienza di tutti.
Ci obbliga a guardare in faccia i giovani di oggi, le loro fragilità, le loro rabbie, i loro silenzi. Ma soprattutto ci obbliga a guardare noi stessi.
Perché i ragazzi non crescono nel vuoto. Crescono dentro una società che spesso non vede, non ascolta, minimizza. Una società che troppe volte è distratta, o peggio, consapevolmente indifferente.
La violenza non nasce all’improvviso. Matura nel tempo, nell’assenza di relazioni vere, di ascolto, di responsabilità condivisa. E allora questa morte ci riguarda tutti: famiglie, scuola, istituzioni, comunità. Nessuno escluso.
Tacere, voltarsi dall’altra parte, dire “non è affar mio” significa contribuire, anche se indirettamente, a queste tragedie. E oggi, davanti a una giovane vita spezzata, il silenzio non è più un’opzione.












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