di Rosario Fabbricatore
“Senza putrefazione”.
È questo il senso letterale di un termine di origine greca che, in sole sei lettere, racchiude il segreto della tutela del paziente in ospedale: asepsi.
“Senza putrefazione”, ovvero liberi dal pericolo di possibili infezioni correlate all’assistenza (ICA), compresa la contaminazione microbica in sala operatoria.
“Senza putrefazione”: una promessa di ‘salvezza’, la cui valenza si compendia in una negazione che è al contempo un’asserzione di sicurezza per la salute del paziente; un’affermazione di protezione dal rischio di infezione del sito chirurgico (ISC).
Proprio la contaminazione dell’area del corpo oggetto di intervento chirurgico (quale si può manifestare entro 30 giorni dall’operazione o anche entro un anno in caso di impianti di protesi) è stata stimata come la terza causa di infezione contraibile in ospedale, eludibile grazie ad una corretta asepsi, accompagnata anche da una scrupolosa procedura di antisepsi.
È forse il caso di chiarire la distinzione di significato tra i due lemmi asepsi e antisepsi, entrambi portatori di un criterio di salvaguardia del paziente, ma secondo dinamiche differenti ‒ riassunte nei prefissi “a” (senza) e “anti” (contro) ‒, la cui considerazione permette anche di tracciare il percorso storico della sterilità chirurgica.
Oggi siamo così assuefatti all’immagine della sala operatoria come spazio ‘sicuro’, dove ogni dettaglio è controllato, ogni movimento è misurato e ogni superficie è priva di impurità, da registrare come ovvia una condizione che è invece il risultato di un lavoro meticoloso di sterilizzazione e di sanificazione, sviluppato e perfezionato nel tempo, sulla scorta di intuizioni e studi che hanno riscattato la chirurgia dalla circostanza di pratica al limite dell’azzardo.
Fino alla metà dell’800 l’intervento chirurgico era un’operazione per coraggiosi: non solo non esistevano anestesie efficaci né competenze specialistiche sul controllo del sanguinamento, ma le operazioni si svolgevano in ambienti tutt’altro che sterili, il che favoriva l’insorgere di continue complicanze da infezioni post-operatorie (cancrena, sepsi, febbre puerperale), al punto che si poteva affermare che il destino di molti pazienti era segnato più che dai bisturi dai microrganismi invisibili che prosperavano sugli strumenti e sulle mani dei chirurghi.
Proprio la presa di coscienza nel 1847, da parte del medico ungherese Ignaz Semmelweis (1818-1865), dell’importanza del lavaggio delle mani come deterrente alla febbre puerperale, aprì la strada ad approfondimenti del nesso igiene-salute che, grazie anche alla formulazione della teoria germinale delle malattie (ad opera del chimico francese Louis Pasteur), portò alla nascita dell’antisepsi: l’insieme delle procedure mirate a inibire se non a distruggere la carica microbica sulla superficie dei tessuti viventi (cute, mucose).
Il punto di partenza venne fissato nel 1867 con l’introduzione dell’uso dell’acido fenico (fenolo) per la sanificazione di ferite, mani e strumenti, promosso dal chimico britannico Joseph Lister (1827-1912). Se questi insegnò come eliminare i germi già presenti, la generazione successiva di medici e scienziati capì che occorreva evitare che questi entrassero in contatto con il paziente, assicurando un contesto operatorio completamente sterile: si inaugurava così il concetto di asepsi, riconosciuta come «la vittoria della disciplina sulla casualità», secondo il giudizio del chirurgo tedesco Ernst von Bergmann (1836-1907).
A questi spetta il merito di aver introdotto sul finire dell’800 il principio di disinfezione termica di camici, teli e strumenti chirurgici, fissando nuovi standard per la pratica igienica in sala operatoria, già avvantaggiata dall’ausilio di nuovi dispositivi tecnici, come l’autoclave a vapore ideata nel 1884 dal francese Charles Chamberland (1851-1908), a vantaggio della sperimentazione di una metodologia di sterilizzazione basata sull’impiego di vapore saturo sotto pressione, valida ancora oggi.
Naturalmente la ricerca scientifica e tecnologica ha, nel tempo, garantito nuove opportunità di asepsi, come la sterilizzazione a secco (con aria calda) e a gas (con ossido di etilene o perossido di idrogeno), fino alle più recenti radiazioni ionizzanti per dispositivi monouso.
Alla sterilizzazione del materiale chirurgico si è andata accompagnando una sempre più sistematica operazione di sanificazione ambientale, attraverso l’impiego di detergenti enzimatici e disinfettanti ad ampio spettro.
Particolare rilevanza è stata inoltre assegnata ai sistemi di ventilazione e filtraggio, arrivando all’adozione di camere a flusso laminare, filtri HEPA (High Efficiency Particulate Air, specifici per catturare il 99,97% delle particelle microscopiche) e impianti a pressione positiva per mantenere l’aria sterile.
Essenziale è divenuta anche l’igiene del personale, intesa sia come pulizia del corpo sia come adozione di abitudini comportamentali appropriate, riguardanti anche il corretto impiego degli indumenti chirurgici, come l’uso della casacca a maniche corte (funzionali ad un più efficace lavaggio, evitando al contempo il rischio di tessuti bagnati) o la preferenza da assegnare ai pantaloni con elastici alle caviglie ‒ ritenuti più adatti a prevenire la dispersione di squame cutanee, secondo le raccomandazioni dell’agenzia di controllo federale statunitense per la salute pubblica (CDC, Centers for Disease Control).
Occorre infatti considerare che di pari passo al perfezionamento delle procedure di asepsi si è andato sviluppando un programma di controllo standardizzato del processo di sanificazione/sterilizzazione, con l’introduzione di protocolli scritti, checklist di accertamento e registri di sterilizzazione: strumenti di verifica delle buone pratiche di igiene chirurgica, la cui funzionalità è oggi ottimizzata dall’ausilio di sistemi informatici per la tracciabilità digitale dei cicli di sterilizzazione e manutenzione in sala operatoria.
È la conferma di una volontà di prevenzione dalla contaminazione che, ieri come oggi, ha i connotati di una premura che accomuna l’intero personale sanitario, trasformando il processo di asepsi in un insieme di pratiche integrate in cui la disponibilità di soluzioni innovative trova ulteriore vantaggio nel senso di responsabilità: è questo a fare di ogni operatore – dal tecnico di sterilizzazione all’infermiere di sala ‒ un custode della catena di sicurezza. Perché, in fondo, l’asepsi non è solo una questione tecnica ma anche, e forse soprattutto, un atteggiamento etico, il cui valore si ottimizza in ambito chirurgico.
Ogni volta che una sala operatoria viene preparata per un intervento si rinnova un patto di fiducia tra scienza, operatori e paziente: un’intesa che è garanzia della vittoria nella battaglia contro un nemico che non si vede, ma che nella sua invisibilità diventa letale.
Rosario Fabbricatore (Referente infermieristico del Blocco Operatorio, Ospedale Umberto I, Nocera Inferiore)












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