
C’è un primo ed un dopo in ogni storia. Due vite diverse che appartengono alla stessa persona. Sono gli unici capitoli che compongono un libro che nessuno ha mai avuto il coraggio di scrivere, sono le due facce di una medaglia che si guardano senza però riconoscersi. Sono due strade che si incrociano in un momento ben preciso: il 12 Ottobre del 2015. Quel giorno Umberto De Rosa, protagonista di questa vicenda, è morto e rinato.
Quando hai ventidue anni i pensieri sono costellati di sogni, vivi il presente con la forza di un leone e la grinta di chi vuole spaccare il mondo. Umberto si nutre di passioni: lo sport, ad esempio, è sempre stato una priorità. Diventa così un vogatore: pratica canottaggio per più di dieci anni nella sua Salerno, partecipa agli allenamenti con assiduità, arriva alle nazionali ma decide di fermarsi e di abbandonare quello sport che lo ha fortificato fisicamente e mentalmente. Il mare è la sua seconda casa: una mamma che abbraccia e culla suo figlio ancora troppo giovane per essere lasciato solo, in balia delle onde.
Umberto è un ragazzo comune. Ad un tratto però la vita gli fa uno sgambetto. Si dice che siano le sofferenze a tracciare il nostro percorso ed a renderci persone migliori. La mattina del 12 Ottobre di dieci anni fa Umberto non aveva tanta voglia di andare in ufficio. Nonostante tutto si reca in azienda. Un incidente sul lavoro e la corsa all’ospedale Ruggi D’Aragona. Il piede di Umberto è seriamente compromesso: “Siamo di fronte ad un caso di sfacelo traumatico: sono coinvolti osso, tessuti molli, vasi e nervi” – affermano i dottori.
In dieci anni subisce più di venti interventi senza perdere mai la speranza di tornare presto alla normalità. Si affida ai migliori specialisti, tocca con mano le sofferenze altrui, poi la necrosi, i brandelli di pelle che vengono giù come foglie d’autunno e il suo cuore che, di fronte all’ ultima diagnosi di osteomielite del piede sinistro, piomba nel più grigio inverno.
L’amputazione di una parte del corpo corrisponde all’amputazione di una parte di vita, quella antecedente al blackout, quando tutto era ancora possibile, quando i sogni erano colorati ed il presente aveva il gusto dell’eternità. Umberto da un anno a questa parte non sente più il dolore, non prova emozioni. È come un naufrago stordito disperso in mezzo al mare. Nonostante tutto, mette da parte i primi trent’anni della sua vita e si rialza con un piede protesico. Si guarda allo specchio, senza riconoscere l’immagine riflessa. Raccoglie i brandelli della sua esistenza tutta da reinventare. Decide, dopo il COVID, di andare a vivere da solo: non vuole essere di peso a nessuno. Riprende a lavorare, a praticare sport e a specializzarsi come personal trainer. Attraversa il dolore a tutta velocità come se sentisse l’ urgenza di recuperare il tempo perso.
Paradossalmente oggi l’immagine che vede riflessa allo specchio è diventata la sua migliore amica, si piace e non si nasconde più. Sui social si mostra esattamente per quello che è: sorride ed accarezza la vita come il più bello dei doni. Umberto oggi ha trentatré anni ed un futuro tutto da scrivere. La sua storia è comune a quella di tanti ragazzi che hanno scoperto la sofferenza troppo presto e che devono costruirsi un sorriso nuovo da frapporre tra loro ed il modo esterno, per camuffare le ferite dell’anima. La sua vicenda però diventa terreno di riflessione: i sorrisi più belli nascono da chi ha pianto per dare acqua al dolore e ritrovare nuovi stimoli per continuare a vivere.

