Di Paolo De Leo
Qui mi sento a casa: abbraccio i ragazzi, mi confronto con i loro sorrisi e le domande. La mia storia non è fatta di talento naturale, ma di passione per lo sport e per la fatica, di attenzione al dettaglio.
Ambra Sabatini chiude Giffoni Sport. È un esempio di dedizione, perseveranza e sacrificio che conquista la Sala Domenico De Masi e chiude l’ultimo capitolo dei Lete Sport Talks. Un grido di riscatto e successo che coinvolge i nostri ragazzi e termina tra sorrisi ed emozioni.
Il campus Andata e Ritorno chiude il cerchio di Sedici modi di dire ciao, un progetto nato per combattere la povertà educativa e diventato, passo dopo passo, una famiglia, un luogo sicuro, un’occasione per crescere insieme.
“Sedici, come i modi per imparare a fidarsi.
Sedici, come le scintille che accendono il cambiamento.
Il progetto finisce, ma resta vivo il ricordo di ogni sguardo, ogni parola, ogni risata condivisa.
Perché quando si parte insieme, non si torna mai davvero da soli.
Grazie ai cantieri, grazie ai tutor. Grazie a questi splendidi ragazzi che hanno fatto di Sedici modi di dire ciao un piccolo, grande esperimento di socialità, affetto, comunità”.
Queste le parole di Ambra Sabatini che si emoziona chiudendo la seconda edizione di Giffoni sport curata e voluta d Jacopo Gubitosi, figlio del fondatore Claudio e da Gennaio futuro timoniere di questa grande nave di emozioni.
Siamo diventati umani giorno dopo giorno, senza accorgercene.
Lo siamo diventati ascoltando il silenzio dopo un film, raccogliendo le parole di chi ha vissuto tante vite e di chi sta appena iniziando a vivere. Lo siamo diventati ridendo all’improvviso o lasciando cadere una lacrima tra le poltrone della Truffaut. Siamo diventati umani nei corridoi pieni di voci, nei sorrisi che non avevano bisogno di traduzioni.
Tra pizzette condivise in piazza e abbracci più grandi del cielo, abbiamo scoperto che l’empatia non è un’idea: è un gesto. Che l’accoglienza è un’azione quotidiana. Che condividere significa esistere insieme.
Siamo diventati umani ricordando Giulia Cecchettin, Giulio Regeni, Emanuela Orlandi. I loro nomi sono ferite, ma anche promesse di impegno. Siamo diventati umani per loro, con loro.
In dieci giorni abbiamo attraversato 55 anni di storia. Un tempo sospeso, fatto di idee, incontri, scoperte. Un tempo che non finisce con la fine di un Festival.
Perché diventare umani non è un traguardo. È il primo passo verso un modo nuovo di guardarsi e ascoltarsi. Verso un Giffoni che vive tutto l’anno, in ogni gesto di chi sa ancora sognare e in ogni storia che ci fa sentire meno soli.
E allora sì, a #Giffoni55 siamo davvero diventati umani. Ma soprattutto: abbiamo scelto di restarlo.
In questo luogo magico del festival si creano rapporti che diventano legami fraterni, quei legami che a volte anche dopo una vita non riesci a stringere, ma qui li stringi perché Giffoni accende un fuoco dentro, un fuoco difficile da spegnere che poi ti rende nostalgico e triste perché pensi che per rivivere la stessa magia devi aspettare un altro anno e 365 giorni sono lunghi e duri da passare.
L’unica cosa che ti consola in questi momenti è poter mandare un messaggio a quell’amico o a quel ragazzo che hai ospitato durante questi giorni che resteranno per sempre nel tuo cuore.
Si parla molto di connessione tra generazioni, ma in realtà la connessione non è solo tra generazioni, ma tra popoli. Basta pensare che solo dalla Macedonia sono arrivati tra i giurati 10 ragazzi e che ci sono stati film in coproduzione anche tra Italia e Palestina. Con questo si può dire che il Giffoni Film Festival unisce e forma milioni di generazioni da 55 anni, 55 anni di dedizione di un solo uomo, Claudio Gubitosi, che è riuscito a creare intorno al Giffoni una vera famiglia, dove l’ossigeno sono i bambini e i ragazzi che hanno un ruolo principale dentro il festival e sono il fulcro di una macchina che ora il fondatore ha lasciato per dare spazio al team che lo ha accompagnato in questi anni
